Nasta Rojc: ritratto di una donna libera

07/06/2021Sara Verghi

Nata a Bjelovar nel 1883 in una famiglia benestante, Nasta Rojc fu una delle esponenti più rilevanti della pittura croata a cavallo tra fin de siècle e primo Novecento. Il padre, Milan Rojc, fu un politico croato che ricoprì anche la carica di ministro dell’Istruzione. Essere donna all’epoca non consentiva facilmente di raggiungere ruoli di spicco e, oltre ad essere artista, a questi due fattori ostacolanti si aggiungeva l’orientamento sessuale di Rojc. Nonostante fosse sposata con il collega Branimir Šenoa, amò solo donne. Rojc fu, quindi, una delle primissime artiste LGBT croate ad essere riconosciuta come tale e ad avere un discreto successo nel suo campo.

Dopo gli studi privati a Zagabria sotto la guida di Oton Iveković, noto pittore e storico, si recò a Vienna dove studiò presso la Scuola d’arte per donne e ragazze – Kunstschule für Frauen und Mädchen. Successivamente si spostò a Monaco, dove conobbe il connazionale Miroslav Kraljević, pittore e scultore. I soggiorni prima nella capitale asburgica e poi in Germania consentirono a Rojc di studiare le tecniche pittoriche che dominavano l’Europa in quegli anni, in primis impressionismo ed espressionismo. Gli stessi lavori di Rojc, infatti, risentono fortemente di quest’influenza, sia per quanto riguarda la tecnica utilizzata che per i soggetti raffigurati. Rispetto a questi ultimi, la natura dominava la scelta illustrativa di Rojc, soprattutto perché la pittrice era estremamente legata ad essa. La natura rappresentava per Rojc un luogo prediletto, legato alle sue origini e alla sua intima aspirazione alla libertà.

Tra le opere più famose, infatti, si annoverano Autoritratto con fucile da caccia e Autoritratto con cavallo. La caccia era una delle grandi passioni di Rojc, certamente non usuale per una donna dell’epoca, ancor più in un Paese come la Croazia, con una cultura marcatamente patriarcale nella quale difficilmente le donne svolgevano attività al di fuori di quelle domestiche. Anche l’aspetto esteriore di Rojc si configurava come estremamente eclettico: indossava spesso abiti maschili, un esempio è dato proprio da Autoritratto con fucile da caccia. Rojc dipinse se stessa con un completo di foggia maschile, una cravatta rossa che si intravede, in contrasto con il bianco della camicia. Lo sguardo fiero e deciso si rivolge allo spettatore in maniera quasi spavalda: un cacciatore in procinto di ottenere la sua preda. I capelli scomposti che svolazzano al vento e i campi di grano biondi sullo sfondo: Rojc si rappresentò con tale sicurezza e orgoglio quasi da mettere in crisi lo spettatore – sappiamo che il soggetto ritratto è una donna perché ella stessa ne ha creato l’autoritratto, altrimenti potrebbe semplicemente rappresentare una figura maschile. Il quadro è di ispirazione impressionista, anche se la natura, la posizione e la caratterizzazione del soggetto ricordano il celeberrimo Viandante sul mare di nebbia di Friedrich. Quasi che Rojc abbia voluto raffigurarsi come viandante donna ante litteram in un mondo prettamente maschile, affermando la sua presenza e la sua sete di riscatto. Non si vedrà una donna con il fucile prima della Seconda guerra mondiale in Jugoslavia e Rojc fu estremamente moderna per il suo tempo, anticipando di gran lunga il femminismo e le questioni LGBT che tarderanno molto a manifestarsi concretamente nella sua patria.

 

Scavando nell’anima di Rojć e nelle sue vicende personali e lavorative si può meglio comprendere sia la sua esperienza di artista che quella di donna. Ombre, luci e tenebre: dalla mia vita dedico a chi mi infligge il dolore da cui è nata quest’opera: così scriveva la pittrice nella sua autobiografia. Una vita non facile quella di Rojc, scandita da conquiste e fallimenti. La pittrice spiegò proprio all’inizio del racconto autobiografico i motivi che la spinsero a raccontare la sua vita: Ogni giorno, quando ho una depressione mentale, mi vengono imposti ricordi della mia giovinezza, fino al giorno della malattia della mia anima.

Il suo dolore risale quindi all’infanzia, della quale conserva molti ricordi, primo fra tutti un cortile popolato da bambini e galline: Un uccello canoro mi è saltato addosso, non era alto e ha cominciato a colpirmi con il becco sulla testa. Che orrore è stato, come mi ha fatto male. Una vita difficile sin dall’inizio, caratterizzata da uno stato depressivo e da un forte senso di inadeguatezza. La piccola Nasta difficilmente riusciva ad intessere rapporti con i coetanei, restando perlopiù in solitudine: Nessuno mi ha ricambiato lo sguardo, né ho incontrato nessuno, sono rimasta loro estranea. Appoggiata al muro nel cortile, ho visto i bambini – quanto sono stupidi – girare in cerchio, scappare, litigare e ridere chissà di cosa e perché.

Visse per un periodo insieme a delle zie poiché abitavano vicino alla scuola, ma nemmeno quest’ambiente le giovò. Data la sua condizione, Nasta era quasi un peso per la sua famiglia, tanto che il padre la mandò al convento delle Orsoline, un’altra esperienza estremamente traumatica e fonte di profondo disagio per la futura artista, la quale nemmeno a casa amava pregare e, anzi, reputava la Chiesa un’istituzione “disgustosa”.

Gli anni giovanili al liceo, prima a Zagabria e poi a Bjelovar non furono certo migliori: Rojc non era una studentessa brillante, le capitò anche di dover ripetere alcune materie (croato, matematica e storia) e il sostegno da parte della famiglia era assente. Soffriva particolarmente il fatto di non essere un ragazzo: suo padre voleva molto un figlio maschio e dalla nascita del fratello di Nasta dedicò a quest’ultimo, insieme agli altri parenti, tutte le sue premure. Nasta si sentiva estremamente in colpa per non essere un ragazzo e non si sentiva amata da nessuno. Un peso per la famiglia, una figura invisibile alla quale nessuno prestava la minima attenzione. A quindici anni venne mandata al mare a Kraljevica per cercare di curarsi: lì incontra il suo futuro marito, Branimir Šenoa. Rojc considerava quell’incontro un segno del destino e, sebbene per tutta la sua vita abbia amato solo donne, era legata a suo marito e amava la sua compagnia. Il mare non decise solo il destino con Branko – soprannome di Branimir – ma la passione che costruì l’intera carriera di Rojc: la pittura. Proprio quel soggiorno la portò ad avvicinarsi a essa. Una volta tornata a casa chiese al padre di poter iniziare a studiare pittura. Contrariamente a quanto auspicato dalla giovane, entrambi i genitori volevano relegare Nasta in cucina, nella quale avrebbe dovuto trascorrere mattinate intere: una vera e propria tortura per una ragazza che aveva tutt’altre ambizioni. D’altronde all’epoca la cucina era il regno dell’angelo del focolare, una gabbia che teneva donne e ragazze al di fuori di qualsiasi contatto con il mondo esterno. Una condanna per una ragazzina che cominciava a capire cosa voleva davvero. Con un compromesso, Nasta riuscì infine a convincere il padre e iniziò a studiare con Oton Iveković, maestro prima di Branko Šenoa. Del periodo di studio con Iveković Rojc scrisse: Sono stata in studio per la prima volta e quindi, secondo la mia comprensione, alla fonte dell’arte. 

Spostatasi in seguito a Vienna, il padre la seguì nella capitale asburgica e rimase con lei fino a che non si ambientò: se in passato fu il suo primo oppositore, il padre cominciò poi ad intuire il talento della figlia e la sostenne nella sua scelta. Anche questo avvenimento fu tutt’altro che scontato: all’epoca le donne dipingevano al massimo per hobby, molto difficilmente erano ammesse nelle scuole d’arte e avviate alla carriera artistica. Era un’eccezione per le moderne capitali europee, figurarsi per una famiglia proveniente dalla provincia croata. La gracile ragazza straniera e malaticcia, ma infervorata dalla sua passione, si ambientò velocemente nella grande città e in poco tempo diede sfoggio della sua schiettezza ed audacia. Sorprendendo completamente la sua padrona di casa, l’irriverente Nasta tolse l’immagine della Madonna al muro della sua stanza e vi appese il suo fucile. Probabilmente nemmeno gli uomini viennesi avevano il fucile appeso in camera, ma a Nasta poco importava: finalmente, per la prima volta nella sua vita, stava facendo ciò che desiderava intimamente e pian piano stava conquistando il suo spazio nel mondo.

 

 

Gli studi e la vita di Nasta proseguirono tra Parigi, Rojčevo e Monaco e nel frattempo convolò a nozze con Branko Šenoa nel 1910. Nella sua autobiografia descrisse questo matrimonio come qualcosa di imbarazzante, utile solo a raggiungere lo studio del marito-collega, il quale teneva molto all’opinione altrui, a differenza di Nasta. Un matrimonio di convenienza e legato solo da un vincolo di affetto e stima reciproca, non di certo un matrimonio d’amore. Descrivendo ancora il matrimonio come falso, nelle sue memorie preferì concentrarsi sui suoi successi: la mostra all’Ulrich Salon nel 1911, i viaggi nelle capitali europee, l’esposizione insieme a Milo Wod, il primo vero ritratto commissionato dalla cantante lirica Maja Strozzi. A tal proposito, Rojc scrisse: Questo dipinto mi è costato molto impegno ed ero molto interessata. Non la conoscevo né prima né come artista, visto che ho passato la maggior parte della mia vita a Zagabria in un sanatorio.

Tra l’artista e la cliente si instaurò anche un rapporto di amicizia e ciò portò Rojc a osare con il pennello, a mostrare con esso gli intimi sentimenti del soggetto che ritrasse. Dal dipinto emerge proprio questa sintonia che si era creata tra le due donne: Maja appare rilassata, con un’espressione che sorride lievemente allo spettatore, le braccia appoggiate comodamente, una sulla spalliera del divano, l’altra in grembo, una posizione che si sarebbe potuta notare in una scena all’aperto in cui due donne conversano tra loro. Sullo sfondo sempre un paesaggio naturale, delle colline accennate con un colore sfumato che ricorda colui che, per primo, ebbe quest’intuizione: Leonardo da Vinci. Maja Strozzi sembra quindi una nouvelle Gioconda, certamente molto più a suo agio nell’essere ritratta da una donna, che ha saputo cogliere la profondità della sua anima.

Questa serenità professionale e quotidiana venne bruscamente interrotta dallo scoppio della Prima Guerra mondiale: Nasta riparò in patria. I tragici eventi concatenati alla guerra e il senso di straniamento bloccarono l’arte stessa di Nasta: Le rose odorano di sangue, le stelle mi raccontano orrori, la sofferenza trema nell’aria. Atrocità e dolore si riflettono sui loro volti. Quando intingo il pennello, è come se l’avessi immerso nel sangue e nel fango. Non so dipingere. E per chi?.

 

Dopo la guerra si costruì una casa con annesso atelier, che progettò lei stessa poiché gli architetti si rifiutavano: fu derisa anche per questo, tant’è che i compaesani la chiamavano “casa pazza”, ma quella per lei era il tempio personale della cultura. Dopo tanta sofferenza, arrivò finalmente per Nasta una persona di importanza vitale per lei: conobbe quella che sarebbe stata la sua compagna di vita, Alexandrina Onslow. Quest’ultima era membro della società Scottish Women’s Hospitals for Foreign Service, che forniva infermieri, medici e mezzi di trasporto per i feriti, della quale era a capo proprio la signorina Onslow dal 1914 al 1918. Dopo aver ricevuto una decorazione per l’operato della società a Salonicco, Alexandrina Onslow, insieme all’ex attrice Vera Holme, fondò un orfanotrofio e si prese cura di sessanta bambini, indipendentemente dalla loro nazionalità o religione, nella cittadina di Bajina Basta (situatanella Serbia centrale, al confine con la Bosnia e Erzegovina). Le due donne diventarono ospiti frequenti dello studio di Rojc e insieme trascorsero due anni (1924-1925) tra Inghilterra e Scozia, durante i quali Rojc si tagliò i capelli ed imparò a guidare l’automobile. L’artista non si dimenticò della patria e della famiglia: ogni giorno spediva lettere ai suoi genitori a Zagabria. Di grande interesse sono gli argomenti di queste missive ed in particolare le impressioni di Rojc sulla condizione della donne in Inghilterra: Vi scrivo che qui la maggior parte delle signore guida, […] senza mariti. Le donne godono di grande libertà qui, completa uguaglianza in tutto, quindi, dato lo stile di vita più attivo ne vedi molte in pantaloni di ogni tipo, ma si vestono sempre con gusto, si pettinano bene i capelli, si comportano bene e hanno un bell’aspetto. Non salta all’occhio se una signora, giovane o anziana, viaggia da sola senza autista in macchina, mette la macchina in garage, prende una stanza all’Inn ed esce la mattina dopo.

Uno stile di vita molto diverso da quello delle donne croate. All’epoca vi erano già pochi autisti e poche automobili in generale, figurarsi donne: dal dopoguerra le donne cominceranno a guidare nelle desolate lande balcaniche, così lontane da quel mondo moderno. Come scrisse Leonida Kovač nel suo libro Anonimalia. Discorsi normativi e autorappresentazione degli artisti del XX secolo, Nasta Rojc era omosessuale. Nonostante un matrimonio formale con il suo amico e collega Branko Šenoa, dal 1923 fino alla sua morte nel 1949 ha vissuto apertamente una relazione lesbica con la britannica Alexandrina M. Onslow“.

Vi è una fotografia dell’artista scattata all’indirizzo dello studio al numero 6 di Rokov perivoj – una famosa area di Zagabria, un parco con all’interno diverse strutture architettoniche e sculture -, la quale porta sul retro la firma Miss Onslow paintings – i quadri della signora Onslow. Sia nelle lettere che nella maggior parte dei ritratti Rojc si firmava signorina Onslow, ma un matrimonio tra persone dello stesso sesso non era pensabile lontanamente. Dunque Rojc non faceva della sua relazione con Onslow una vergogna, un legame da nascondere al mondo intero, al contrario si considerava fieramente la signorina Onslow. Se affermare il proprio orientamento sessuale è ancora, al giorno d’oggi, un passo non facile per alcune persone davanti alla società, Rojc non diede mai importanza all’opinione altrui né mise mai in dubbio che ciò avrebbe influito sulla sua carriera.

 

Dopo la permanenza nel Regno Unito, la coppia Onslow-Rojć si trasferì a Zagabria e, in riferimento al ritorno in patria, Kovač nel volume già sovramenzionato descrisse Nasta come un tipico personaggio da butch, vestita con camicia e cravatta maschili e capelli corti. Nonostante il suo aspetto marcatamente maschile e l’aperta convivenza tra le due donne, Rojc rifiutò l’incarico di Presidente del Club delle belle artiKlub likovnih umjetnica. La scelta era causata da ciò che si sarebbe potuto verificare nell’opinione pubblica: la convivenza con Onslow anziché con un marito avrebbe screditato le reputazione del Club. Fu la stessa Rojc a spiegare così la sua decisione: era consapevole del fatto che la società non era pronta per accettare una donna lesbica a capo di un Club, preferì infatti assumere solo la carica di segreteria. Seppur parzialmente, Rojc rimaneva figlia del suo tempo: aveva scelto senza vergogna di vivere con una donna, ma non pretendeva che gli altri capissero la sua scelta e le facessero ricoprire ruoli di potere in quanto lesbica.

Se in ambito lavorativo non aveva rischiato la sua posizione, durante la Seconda guerra mondiale, invece, Rojc si schierò attivamente insieme alla compagna contro i nazifascisti e gli ustascia, sostenendo il movimento partigiano. Nel 1943 finirono entrambe in una prigione ustascia e furono liberate dopo pochi mesi a causa di mancanza di prove. All’interno del carcere le due donne si ammalarono gravemente ed erano convinte che sarebbero state fucilate. Anche dopo la scarcerazione la coppia continuò a sostenere il movimento partigiano e riuscirono a tornare nel loro appartamento. Il rientro fu, però, deludente: nella commissione che avrebbe dovuto decidere sull’occupazione dell’appartamento c’era lo stesso ex ustascia che aveva denunciato la coppia alla polizia. Nonostante le sfide quotidiane e l’aver vissuto due guerre mondiali, Rojc e Onslow rimasero insieme fino a che la morte non le separò. La reclusione in carcere lasciò conseguenze irreversibili soprattutto su Alexandrina, che morì nel 1949, lasciando Nasta devastata dal dolore della sua perdita. Nasta trascorse gli anni che le rimasero tra il suo giardino di rose e l’atelier, dipingendo di tanto in tanto e riesumando gli indelebili ricordi del suo amore perduto. La pittrice croata morì completamente sola e in povertà il 6 novembre 1964, nello stesso giorno della sua nascita. Fu sepolta accanto alla compagna di una vita, Alexandrina, nel cimitero Mirogoj.

Come artista Nasta Rojc ha saputo superare i propri limiti, sfidando prima le aspettative dei genitori e, in seguito, l’intera società croata che relegava la donna al ruolo di madre e sposa. Studiosa attenta delle moderne tecniche europee, ma profondamente legata al suo Paese e alla sua natura, ciascun quadro trasmette un senso di libertà, bellezza e profonda sensibilità. Una donna fieramente artista, lesbica ed antifascista che seppe contrastare l’autorità paterna e patriarcale per ottenere, combattendo in maniera figurata, un posto d’onore come pittrice a fianco dei numerosi colleghi uomini, senza mai dubitare delle proprie capacità. Lo sguardo deciso e sfidante del suo Autoritratto con fucile da caccia rappresenta in una sola immagine una vita faticosa, ma conquistata con coraggio e determinazione, al di là di qualsiasi pregiudizio e giudizio. Il popolo croato dovrebbe essere, ancora oggi, fiero di annoverare nel suo panorama artistico una figura di tale levatura.

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