Altre soggettività: un’intervista ad Anna Kańtoch

01/05/2021Giorgia Maurovich

Avevamo già parlato sui nostri social di Buio, romanzo di fantascienza della scrittrice polacca Anna Kańtoch uscito qui in Italia per Carbonio, in traduzione di Francesco Annichiarico. Arabista di formazione, membro del collettivo di scrittrici fantasy Harda Horda e vincitrice proprio con Buio del prestigioso premio Żuławski, il massimo riconoscimento in Polonia per la letteratura di genere, Kańtoch è un’autrice poliedrica in grado di sovvertire cliché e convenzioni, restituendo nei suoi romanzi una prospettiva fuori dal comune e dalle aspettative dei lettori.

Abbiamo avuto la possibilità di intervistarla con la gentilissima intercessione di Carbonio e di Salvatore Greco, potendoci confrontare con lei su temi come la situazione editoriale per la letteratura di genere, il fantasy durante e dopo la PRL (Repubblica Popolare di Polonia) e la rappresentazione di soggettività femminili e queer. Qui di seguito trovate l’intervista integrale.

 

D: A differenza dell’Italia, penso alla Polonia come un Paese che ha una lunga tradizione di letteratura di genere. Oltre ai racconti di Bruno Schulz, permeati da un senso di irrealtà tipicamente mitteleuropeo, la fantascienza e il fantasy hanno avuto autori che sono ormai divenuti dei classici dei loro generi come Lem e Sapkowski. Eppure, leggendo il manifesto di Harda Horda, si parla di esperienze condivise e supporto reciproco nelle difficoltà date dal mercato editoriale, e Kaczor aveva lamentato un eccessivo tradizionalismo dei ruoli di genere nel fantasy: la situazione per le scrittrici donne e la ricezione delle loro opere è diversa?

Kańtoch: È una domanda complessa, che lega molti temi. È vero che Harda Horda è nata come forma di supporto reciproco sul mercato, ma non solo. C’era anche l’idea di terene insieme persone con visioni e idee affini. Per il resto, non è un segreto per nessuno il fatto che in Polonia oggi viviamo in una situazione decisamente ostile per le donne. Per fortuna però questa cosa non influisce sulla ricezione delle scrittrici, perlomeno non nel campo della letteratura fantastica. Direi anzi che è il contrario: a causa delle politiche decise dal governo, ci sono sempre più persone, soprattutto giovani, che iniziano a ribellarsi e a rivoltare i modelli di genere. Allo stesso modo, le persone più giovani sono sempre più aperte a opere che presentino un punto di vista diverso da quello tradizionale maschile.

D: Restando su Harda Horda, com’è nato e come si è sviluppato il progetto? Se prima le scrittrici di fantascienza erano spesso figure ai margini, con rare eccezioni, oggi si parla di ginocentrismo e contronarrazioni. Qual è stato l’impatto di queste contronarrazioni sulla cultura e sulla mentalità collettiva in un contesto sociale, economico e politico diverso da quello degli scrittori fantasy e sci-fi sotto la PRL?

K: La storia della fondazione di Harda Horda la conosco per intercessione delle mie compagne, perché mi sono unita al gruppo solo successivamente. Da quello che so, l’idea del gruppo è emersa dopo una discussione su Facebook dalla quale era venuto fuori che alcune autrici di fantasy avevano punti di vista sul mondo sorprendentemente affini. Così hanno iniziato a cercare altre persone che condividessero la loro visione, e tra queste c’ero anch’io. Allo stato attuale siamo in tredici. Ovviamente non siamo identiche tra noi, scriviamo cose diverse e ci capita di avere anche idee diverse. A ogni modo, abbiamo un approccio alla scrittura e alla vita in generale così affine che ci permette di stare molto bene insieme e di considerarci un gruppo. Non penso che sarebbe potuto nascere qualcosa del genere durante la PRL, non fosse altro perché all’epoca a scrivere letteratura fantastica erano esclusivamente uomini. Le donne partecipavano raramente persino alle convention, e anche quando capitava, la loro presenza era un elemento quasi esotico e il loro ruolo era comunque solo quello di stare buone e ascoltare gli autori maschi. Tutto ha iniziato a cambiare un po’ negli anni ’90, con gli esordi di due grandi scrittrici: Ewa Białołęcka (co-fondatrice di Harda Horda) e Anna Brzezińska. Da allora l’importanza delle donne e della visione femminile nel fantasy è in continua crescita.

D: Passando a Buio, ho notato una lunga serie di sovversioni di cliché letterari e di espedienti narrativi che fanno riferimenti alla tradizione weird, partendo dal presupposto stesso del romanzo. La vicenda ha inizio in un sanatorio, un luogo letterario estremamente carico di significato, ma se da una parte abbiamo i sanatori di Schulz e Mann, dall’altra la critica femminista ha dissezionato il cliché della “madwoman in the attic”, dell’ambivalenza della donna ritenuta folle che cerca di ridefinire se stessa, che ritengo possa essere applicato alla protagonista. Pensa sia così?

K: Naturalmente ho pensato a Schulz e Mann scrivendo le scene del sanatorio, era inevitabile anche perché il periodo storico è pressoché lo stesso. Non ho pensato particolarmente a ribaltare lo stereotipo di “madwoman in the attic”, mi sono attenuta a una semplice logica per la quale una donna di quegli anni, con i problemi che la protagonista a un certo punto dimostra, quasi certamente sarebbe stata ritenuta una “malata di nervi”. Non necessariamente una matta, però. Sarebbe una parola troppo forte in questo caso visto che la protagonista di Buio se la cava più che dignitosamente in varie situazioni sociali (di certo molto meglio del matto da stereotipo), ma allo stesso tempo è difficile ritenerla del tutto credibile. Per me quest’ambiguità di fondo era molto importante, perché è grazie a essa che Buio diventa aperto a molteplici interpretazioni.

D: Sempre riguardo la protagonista, in un’intervista menzionava per l’appunto una discrepanza tra la sua interpretazione della protagonista e di quella dei lettori, secondo i quali l’inaffidabilità della narrazione andava imputata alla protagonista e non all’ambiente in sé, mentre lei preferisce un influsso reciproco tra le due cose. Sono molte le parti del romanzo in cui si riflette sul ruolo imposto dall’ambiente, in questo caso quello femminile, e sui suoi obblighi.

K: Quando ho iniziato a scrivere Buio, avevo in mente l’idea di scrivere soprattutto un libro di fantascienza nel quale la protagonista era poco credibile perché anche il mondo attorno a lei lo era. Poi mi sono accorta che molti lettori iniziavano a leggerlo come un romanzo generalista dove tutto ciò che appare strano potrebbe essere il prodotto della mente della protagonista. Devo dire che mi è piaciuta molto questa interpretazione, perché ha permesso al libro di raggiungere lettori che non avrei immaginato. Allo stesso tempo per non vorrei chiudere Buio in quest’unica interpretazione. Il mondo in cui si svolge il romanzo è un posto strano atipico, ma sul perché lascio che si interroghino i lettori.

D: Per quanto concerne il sottotesto queer, invece, c’è un’enorme discrepanza tra la presenza letteraria in Polonia di donne omosessuali rispetto alla loro controparte maschile, anche solo nella fiction. A fronte dei numerosi esempi di letteratura esplicitamente omoerotica presenti in autori come Gombrowicz, Iwaszkiewicz e Pankowski già nel Novecento, è solo dagli anni Novanta che con autrici come Filipiak, Shiling e Okoniewska si inizia a trattare più apertamente il tema dell’identità lesbica. Come si inserisce Buio all’interno di questo nuovo canone, e qual è stata la reazione del pubblico, anche alla luce dei fatti di cronaca recenti?

K: Da quel che ricordo, i lettori più generalisti lo hanno preso molto bene, mentre gli appassionati di fantasy lo hanno accolto come se non fosse nulla di speciale, come se la sessualità non eteronormativa della protagonista non fosse nulla da segnalare. In un certo senso, il fatto che per i lettori di fantasy questo elemento non avesse importanza mi sembra un segno che i tempi stanno cambiando in modo positivo.

D: Durante la presentazione del libro con l’Istituto Polacco di Roma ha parlato della scelta consapevole degli anni in cui si svolge il romanzo, ossia l’epoca tra le due guerre, e nel procedere verso il finale si fa cenno alla rivolta del 1863 e alla “sostituzione della Polonia reale con una falsa”. Ha menzionato la sua idea di creare una Polonia “ritagliata fuori dalla storia”, ma come dicevamo prima il pubblico si è concentrato sulla protagonista e non sui tempi e i luoghi del racconto. Eppure la connotazione politica di queste scelte narrative, della creazione di un mondo atipico partendo da avvenimenti ben scolpiti nella memoria collettiva e del finale dove tutto viene portato alla luce, è molto forte.

K: È una scelta forte e netta, sì. Sapevo da subito che avrei voluto fare svolgere Buio tra le guerre perché era il periodo che mi sembrava più adatto. Non ho pensato nemmeno per un attimo a un’altra ambientazione. Forse avrei potuto, se avessi davvero dovuto farlo, ma sarebbe stato difficile. Tra i pregi del primo dopoguerra c’è anche la sua relativa vicinanza storica, che mi ha permesso di assimilare i protagonisti e il loro mondo. Non credo che mi sarei cimentata con la scrittura di un romanzo ambientato nel medioevo o nel Rinascimento, quando le persone vedevano la realtà in modo completamente diverso da quello a cui noi siamo abituati.

D: In un’altra intervista parla della possibilità di mettere in discussione la realtà attraverso la sensibilità dei “diversi”. Pensa che il racconto letterario delle soggettività “altre”, visto alla luce di una letteratura come esercizio di empatia, possa creare una messa in discussione di quella che conosciamo come realtà?

K: Penso che sia possibile, anche se non tutti i libri funzionano allo stesso modo e non tutti i lettori saranno interessati a questo cambiamento di prospettiva. Tuttavia penso anche che sia giusto farlo e che sia questo uno dei più genuini punti di forza della letteratura: incoraggia a vedere il mondo diversamente.

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