La letteratura senza confini di Kapka Kassabova

24/03/2021Giorgia Spadoni

La maggior parte del mio patrimonio emotivo e creativo rimane balcanico ed est-europeo, anche se la mia mente e la mia visione del mondo sono state formate secondo il modello anglosassone. I Balcani sono il luogo del mio amore e della mia rabbia.

 

Narratrice, poetessa e instancabile viaggiatrice, Kapka Kassabova ha fatto del suo composito bagaglio identitario e linguistico il proprio punto di forza. Profondamente convinta che la scrittura non abbia barriere né categorie, la sua prosa coniuga magistralmente vari generi letterari, annullando le ripartizioni e sfuggendo a qualunque tentativo di classificazione. Paragonata alle britanniche Edith Durham (1863-1944) e Rebecca West (1892-1983), nonché alla bielorussa Svetlana Aleksievič (1948), la sua visione combina ricerca storiografica e antropologica. Il risultato è un ibrido unico e potentissimo, un minuzioso lavoro di tessitura che allaccia racconti di viaggio, descrizioni liriche e vicende storiche restituite attraverso le testimonianze di persone comuni. La moltitudine di voci collezionate risuona in un accordo polifonico, a tratti dissonante, dal quale affiora il continuum che lega i popoli della penisola balcanica in maniera indissolubile, nonostante le ripetute e spesso violente divisioni. 

I Balcani meridionali costituiscono il cuore, l’anima e la materia prima delle opere di Kassabova, ma non il soggetto principale. La travagliata ricchezza della penisola e dei suoi punti “psicogeografici”, secondo la definizione dell’autrice, fornisce la chiave d’accesso alle tematiche esistenziali protagoniste dei suoi scritti, rendendoli universali. Colma di simboli e motivi ricorrenti, questa nuova cartografia disegna traiettorie circolari, a spirale, che scavano senza sosta nello spazio, nel tempo e nell’animo umano. La contrapposizione tra il monolite della Storia e il collage di cronache individuali raccolte interroga incessantemente il lettore sul ruolo del trauma e del dolore, sul peso dei conflitti nei rapporti tra singoli, consanguinei e paesi interi, sul significato della spiritualità, sul valore della parola tramandata e della memoria. Nella concezione della scrittrice non sono unicamente i luoghi a conservare le tracce materiali di coloro che li hanno popolati, ma è lo stesso essere umano a ricordare ogni regione visitata e ogni frontiera varcata a livello corporeo; la letteratura è esperienza, che agisce nell’anima e rimane impressa nel fisico.

Nata a Sofia nel 1973, espatriata a sedici anni, Kassabova sostiene di aver ereditato l’indole nomade dalla nonna materna Anastasija, originaria di un villaggio nei pressi di Ocrida. Figlia di una tecnica informatica e di un matematico, trascorre l’infanzia e l’adolescenza nella zona sud-est della capitale bulgara, nel labirinto dei vertiginosi quartieri residenziali che tuttora portano il nome di Mladost, “Giovinezza”, accanto agli ancora più periferici Družba, “Amicizia”. Negli anni Novanta la famiglia lascia l’appartamento n. 79 al quarto piano del condominio 328 a Mladost 3 per trasferirsi inizialmente in Inghilterra, grazie a una borsa di studio vinta dal padre, e dopodiché in Nuova Zelanda. Qui Kassabova frequenta l’università laureandosi in filologia francese, russa e inglese, per poi tornare in Gran Bretagna, stabilendosi in Scozia, dove vive dal 2005. Quando approda a Edimburgo ha già all’attivo un’antologia di poesie, All roads lead to the sea (1997), e due romanzi, Reconnaissance (1999) e Love in the Land of Midas (2001).

 

Per tutta la sua produzione Kassabova non adotta il bulgaro ma fin da subito l’inglese, che inizia a studiare all’età di sedici anni, tra Colchester e Wellington. Questa scelta, legata solo in parte alla sua formazione anglofona, si rivela di fondamentale importanza in fase di stesura, lo strumento ideale che le permette di mettere su carta tematiche particolarmente vicine e sentite, incluso il proprio passato. Convogliando la sua acutissima sensibilità in una lingua diversa da quella nativa riesce a bilanciare la propria identità di autrice e la sua soggettività, evitando che l’una tradisca l’altra. L’inglese funge da contrappeso, da filtro, una prospettiva equidistante che attenua parte dello sforzo emotivo necessario senza mai risultare indifferente né imparziale. Altrettanto delicato è d’altronde il processo di redazione delle edizioni bulgare. Pur avendo deciso di non occuparsi in prima persona della riscrittura dei propri lavori nell’idioma materno, Kassabova interviene metodicamente sul testo proposto dalla traduttrice perché si intoni alla sua voce e al suo modo di esprimersi, dando vita a una sorta di autotraduzione a quattro mani.

L’inconfondibile stile eterogeneo che l’ha resa nota al grande pubblico comincia ad affiorare nel 2008, anno di pubblicazione di Street Without a Name, segnando una svolta nella sua produzione in prosa. Kassabova racchiude il suo ritorno nel paese natale dopo oltre un decennio di assenza tra le righe di un brillante volume diviso in due parti, che unisce autobiografia e letteratura di viaggio. La prima sezione è un irriverente compendio della sua giovinezza sofiota tra gli anni Settanta e Ottanta, in cui intreccia la cronaca famigliare ad eventi come il disastro di Černobyl’ e la caduta del muro di Berlino, delineando un esilarante e amarissimo spaccato degli ultimi anni della Repubblica popolare di Bulgaria. La seconda metà raccoglie invece una serie di spassionati resoconti delle sue esplorazioni in lungo e in largo per la nazione, da Balčik al monastero di Rila, passando per Plovdiv e Ruse; i commenti sull’assetto sociopolitico dello stato post-comunista sono tanto spietati quanto nostalgici.

Andare in giro per il paese dove sei cresciuta, hai perso parte della tua verginità e una manciata di illusioni, contratto alcune nevrosi permanenti, e che poi hai abbandonato piena d’odio è un’esperienza leggermente schizoide. Sei al contempo sconnessa dal presente ma ben informata sul passato. O forse il contrario.

 

La consacrazione internazionale arriva nel 2017, con l’uscita di Confine. Viaggio al termine dell’Europa (Border. A Journey to the Edge of Europe), apparso dopo i due romanzi Twelve Minutes of Love e Villa Pacifica, entrambi pubblicati nel 2011. Elogiato con entusiasmo dalla critica anglosassone, vincitore di numerosi premi, conquista gli scaffali italiani nel 2019 e viene tradotto in moltissime altre lingue, non solo europee. Incentrato sulla linea di demarcazione più volte solcata che congiunge e separa Bulgaria, Grecia e Turchia, Confine è un viaggio alla scoperta dell’antica regione della Tracia, ma anche un intenso racconto corale che si muove sulle cime dello Strandža e dei Rodopi, tra i fiumi Marìtsa e Mesta. Grazie al suo punto di vista privilegiato Kassabova narra con lirismo e precisione di personaggi storici, mitologici e comuni e delle loro esistenze travolte dagli avvenimenti che si sono susseguiti con ferocia, nel limbo di una zona passata dall’essere l’invalicabile limite meridionale della cortina di ferro a porta di servizio dell’Unione Europea.

Tra le libellule e il fiume, l’attrazione del confine era potente, simile a una forza di gravità. Da qualunque parte mi voltassi, c’era qualcosa dietro di me e niente davanti. Forse la storia è proprio questo. […] Avvertii una specie di presenza: lo spirito dei Balcani era qui, in questo giardino fitto di vegetazione. Il vero spirito dei Balcani che permane, indipendentemente da quante volte viene ribattezzato e ricollocato, immaginato e inventato. I nostri amari, amati e sconfinati Balcani.

A metà 2020 esce il suo ultimo libro, To the Lake. A Journey of War and Peace, che vede di nuovo coinvolto un territorio frammentato in tre, concentrato tra Albania, Grecia e Macedonia del Nord. Il percorso della scrittrice si muove sulle sponde dei laghi di Ocrida e Prespa ripercorrendo parte della Via Egnatia, la strada che da Durazzo conduce fino a Istanbul, collegando l’Adriatico all’Egeo. La componente autobiografica trova ampio spazio in questo volume, nel quale Kassabova parte alla ricerca del “paesaggio esistenziale” del ramo materno della sua famiglia. La potente attrazione esercitata dal confine al centro dell’opera precedente si intensifica ancora di più, sommandosi al richiamo ancestrale di luoghi densi di vicende personali e politiche a cui l’autrice si sente intimamente legata. Ricchissimo di riferimenti letterari che vanno da Ismail Kadare a Henry David-Thoreau, passando per Geo Milev e Hristo Botev, To the Lake è stato pubblicato in bulgaro già nel dicembre scorso, proprio quando si sono riaccese le annose controversie storiche e linguistiche tra Bulgaria e Macedonia del Nord. Il meticoloso lavoro di Kassabova non poteva arrivare in un momento migliore; il suo approccio intensamente umano e privo di qualsiasi forma di retorica e propaganda è stato accolto da un immediato successo.

“I Balcani siamo noi”, diceva mia nonna riferendosi alla sua famiglia. Ma poiché ‘i Balcani’ sono diventati l’emblema di quanto pace e tolleranza siano fragili, la sua frase racchiude un’intuizione più profonda della condizione umana. Il nostro mondo è incessantemente collegato, eppure continua ad autodistruggersi. Qualcuno lo definirebbe ‘balcanizzato’, termine in uso già da oltre un secolo, apparso per la prima volta nel 1918 sul New York Times, che significa “dividere un’area o una regione in stati o gruppi più piccoli, ostili e aggressivi tra loro”. In francese se balcaniser è riflessivo, implicando una reciprocità d’azione che lo rende un verbo ancora più infelice. Prima però che ‘i Balcani’ in quanto etichetta politica venissero macchiati di questa tinta negativa, e contrariamente al pigro e approssimativo stereotipo di “odio ancestrale”, la penisola ha da sempre ospitato una pluralità polifonica, a volte cacofonica. E la conserva tuttora.

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