Il patriarcato dopo Seksmisja: Agnieszka Graff e il contratto sessuale dopo Solidarność

22/03/2021Giorgia Maurovich

Nota di traduzione:

Il seguente articolo, disponibile in polacco sugli archivi online dell’istituto Atria, è un saggio in cui la scrittrice e teorica femminista polacca Agnieszka Graff riesamina il mutamento dei rapporti di genere durante e dopo l’attività di Solidarność. Mi sono presa la libertà di tradurre il sostantivo “płeć” sia con l’accezione di “sesso” che di “genere”, non esistendo termini diversificati per i due concetti ma soltanto attributi di płeć (es. płeć kulturowa, płeć społeczna per indicare il genere a fronte di płeć per indicare il sesso biologico).

 

Il patriarcato dopo Seksmisja (1)

 

Il 4 marzo 1999, a mezzogiorno in punto, mi sono messa al computer per scrivere un articolo molto importante sulla retorica di un saggio femminista. All’improvviso è squillato il telefono. “Ciao, sono io, Olga. Accendi subito la tv, sul secondo canale c’è qualcosa di molto grave”. Ho messo giù la cornetta e… non sono più tornata alla poetica del saggio femminista. Sul secondo canale c’era davvero qualcosa di grave: il dibattito parlamentare sul progetto di legge sulle pari opportunità. A parlare era il deputato (proprio così: la parola “deputato”, e non “deputata”, è apparsa sullo schermo insieme al cognome) Ewa Sikorska-Trela della coalizione AWS, Azione Elettorale Solidarność:

Signor Maresciallo! Signore e signori deputati! In Polonia, la donna è sempre stata ed è tuttora trattata coi guanti. Le è stato portato il dovuto rispetto e le sono stati conferiti dignità e onorificenze, ha avuto e ha la strada spianata per la carriera professionale, scientifica e politica. Può realizzarsi in molti ambiti e in molti aspetti della sua vita. Con orgoglio si parla di noi come di “Madri Polacche”, per sottolineare il nostro ruolo importante nella vita familiare e nazionale del Paese. Siamo un Paese a maggioranza cristiana e cattolica. È qui, nella nostra religione e cultura cristiana, che la donna occupa un ruolo speciale. Dio ha creato l’uomo e la donna e ha assegnato loro ruoli differenti nella vita. Non si dovrebbe cambiare quei ruoli e correggere il Creatore nelle sue intenzioni (2).

Non sono riuscita a resistere fino alla fine del dibattito, ma quando ho processato le prime emozioni ho iniziato a studiare con attenzione il suo testo. Mi è stato difficile non trovarmi d’accordo con Eliza Olczyk, che in Rzeczpospolita aveva scritto che l’intera faccenda sembrava una discussione tra persone che parlavano lingue diverse. Ciascuna delle due parti – scrive Olczyk – ha detto la sua senza tener conto delle argomentazioni dell’avversario. Sarebbe comunque stato difficile, perché parlavano di questioni completamente diverse che non erano in alcun modo collegate tra loro (3). In effetti è difficile avere uno “scambio di opinioni costruttivo”, quando una parte descrive la situazione sul mercato del lavoro, fa riferimento ai diritti dell’uomo, alle convenzioni internazionali e alle raccomandazioni del Consiglio d’Europa, mentre l’altra racconta della Madre Polacca e delle intenzioni del Creatore, e vede la più piena garanzia di giustizia sociale nella legge naturale.

Se presupponiamo che entrambe le parti parlino in buona fede, è necessario riconoscere che questi sono due mondi isolati l’uno dall’altro, due lingue che non entrano in un dialogo reciproco. Si può discutere se la legge proposta abbia senso, o se lo abbia anche solo in parte, il punto è tuttavia che la nostra cultura politica rende impossibile una qualsiasi conversazione sul tema. Il discorso della destra è completamente refrattario alle critiche: il genere è per loro una categoria “naturale”, ossia immutabile, astorica, che risiede interamente nelle mani del Creatore. Il che significa che la sola idea di stabilire in tale campo una qualsiasi legge sia assurda e – come ha detto in Parlamento il deputato Sikorska-Trela – “completamente incomprensibile”. Nella sua visione delle cose, non è possibile rivendicare dei diritti che sono già garantiti dalla natura. Perché ogni uomo nasce libero e uguale indipendentemente dal sesso, e quest’uguaglianza non dovrebbe essere rivendicata tramite atti normativi. C’è e basta.

La retorica di cui questo discorso è un perfetto esempio è la retorica del patriarcato polacco, il cui forte ascendente sulla società mi ha fatto cambiare il tema dell’articolo. Le sue caratteristiche principali sono la refrattarietà al linguaggio dei diritti umani e la convinzione che il sistema di forze che si sta difendendo sia decretato da Dio, giusto o “naturale”. Sull’eccezionale carriera del termine “naturale” nella lingua dei conservatori si potrebbe scrivere a parte. Nel frattempo, tuttavia, la divergenza di opinioni dimostra che invece dell’utilità di introdurre una parità ci sono dei contenziosi sul se e sul come un uomo sia diverso da una donna, e quindi su una questione che i legislatori non dovrebbero trattare affatto.

 

Potere, ma su chi?

 


Nei cosiddetti circoli liberali, si sente ogni tanto l’opinione secondo cui non ha senso immischiarsi in questi dibattiti assurdi, perché col tempo la questione si chiarirà comunque. Tutto si sistemerà, dice l’ottimista liberale, e a sistemarlo sarà la legislazione europea. Sfortunatamente, però, sono  molti gli indizi che ci dimostrano che, in questa grande saggezza liberale in cui il relativismo culturale ricopre un ruolo centrale, l’Europa riconoscerà il patriarcato polacco come una coloritura locale che non ha bisogno di essere combattuta, anzi, forse proprio per niente. Che dobbiamo fare, dirà l’Unione, i francesi hanno il formaggio, gli inglesi la Regina e i polacchi la discriminazione delle donne. Paese che vai, usanza che trovi. Tuttavia, se così è, dovremmo affrontare il patriarcato polacco, la sua retorica e le sue pratiche da soli.

Spesso si pensa anche che l’atteggiamento nei confronti dei diritti delle donne in Polonia -e, più in generale, in tutta l’Europa orientale dopo la svolta dell’’89- costituisca una specie di paradosso, una deviazione temporanea dalla norma democratica. Col tempo, dice questo genere di ottimista, il sesso smetterà di funzionare come base per l’esclusione dalla vita politica, perché questa è la logica della democrazia. Stando al parere della politologa britannica Peggy Watson, tuttavia, si tratta di una visione errata che nasce dall’universalizzazione prematura della storia della democrazia occidentale (4). Secondo questo modello, la democratizzazione porta inevitabilmente alla depoliticizzazione della differenza, ossia a una situazione in cui le differenze naturali, o ritenute tali, come il sesso, l’età, il colore della pelle o l’origine sociale perdono gradualmente importanza come determinanti dell’identità politica. Gradualmente, quindi, il genere, l’etnia e l’orientamento sessuale smetteranno di essere la base della partecipazione alla vita sociale o la ragione per esserne eslcusi. In Sudafrica, ad esempio, questo scenario ha dimostrato che la democratizzazione fa sparire l’influenza delle divisioni razziali nelle divisioni politiche. Tuttavia, in Est Europa, come sostiene giustamente Peggy Watson, la situazione iniziale era completamente diversa, e diversa è stata anche la svolta. Lo stesso sistema comunista comportava una depoliticizzazione radicale della differenza. Ciò non significa che tutti erano uguali, ma che le differenze cosiddette naturali non avevano nessun rapporto con il livello di partecipazione politica. In questo sistema l’impotenza politica era universale, pertanto i gruppi particolari che in altre situazioni si sarebbero potuti integrare nel loro sentimento di oppressione non esistevano come minoranze. Shana Penn, autrice di uno studio sulle donne in Solidarność, si stupisce che in loro non sia apparsa anche una scintilla di coscienza femminista, che fino alla fine non abbiano notato la discriminazione sessuale nel movimento d’opposizione, che per lei, una donna americana, era ovvia. Il femminismo è un lusso quando ti nascondi in un sistema totalitario – le risponde Joanna Szczęsna, chiarendo ogni dubbio (5). Né lei, né altre interlocutrici di Shana Penn avrebbero potuto avere una “coscienza femminista”, perché il fatto di essere una donna non costituiva un punto di partenza per la costruzione della loro identità politica. La base era solamente l’azione: facevo quello che dovevo fare, facevamo tutte la stessa cosa, ha detto a Penn Helena Łuczywo.

Secondo Peggy Watson, era proprio perché al tempo il genere non era visto come una categoria politica che la democratizzazione nell’Est Europa significò la politicizzazione della differenza. È quasi incomprensibile, scrive Yudit Kiss, citata da Watson nel merito dei cambiamenti in atto, che nel bel mezzo di una profonda crisi economica e nel caos politico, in una situazione di agitazione sociale in cui è necessario portare avanti delle trasformazioni fondamentali, il problema alla base in quasi tutti i Paesi postcomunista sia stato l’aborto (6). Watson ritiene che questo non sia un paradosso. Al contrario, è proprio ristabilendo la dimensione politica della differenza sessuale e rendendo il corpo femminile l’oggetto di una legge restrittiva che i nuovi parlamenti eletti hanno dimostrato il loro potere. Uno dei senatori polacchi ha affermato che, in questo periodo difficile, il focus sulla questione dell’aborto a scapito di altre questioni urgenti deriva dal fatto che si riteneva che il problema dell’aborto si potesse semplicemente “risolvere”. “Statalizziamo questi uteri”, ha detto uno degli autori della legge contro l’aborto in risposta allo slogan delle donne che manifestavano davanti al Sejm “Il mio utero appartiene a me” (7). E così la legge contro l’aborto è diventata il primo biglietto da visita del giovane, insicuro governo dell’Europa dell’Est. Al tempo non si sapeva cosa fare con l’inflazione galoppante né come riformare l’agricoltura, ma si poteva sempre statalizzare la riproduzione. I governi devono governare su qualcuno; l’autorità, per potersi sentire tale, deve essere esercitata su qualcuno. Nella democrazia dopo il comunismo, questo qualcuno si sono rivelate le donne.

 

Una visione incoerente, ma corretta

 


Smettiamo di illuderci che il patriarcato polacco sia in uno stadio di trasformazioni democratiche. È un patriarcato giovane e vigoroso i cui artigli sono profondamente conficcati nel parlamento, e forse persino nel terreno sotto di esso. [Questo patriarcato] parla da una posizione di forza – una forza così grande che può moltiplicare le stupidaggini e le contraddizioni, le chiacchiere fuori tema, le buffonate, o fingere sfacciatamente di non capire le domande della parte opposta. Perché cos’è che di preciso hanno detto al Sejm gli oppositori alla legge sulle pari opportunità? Innanzitutto che in Polonia la discriminazione non esiste. C’è solo una naturale differenza tra i ruoli. In secondo luogo, se anche ci fosse una qualche discriminazione, nella nostra Costituzione abbiamo una dicitura apposita. Inoltre, non ci è ancora ben noto in cosa consista la discriminazione, ma stiamo indagando. E, quando l’avremo fatto, stileremo un rapporto.

La prima di queste opinioni è un rifiuto rituale, per questa retorica, di discutere nei termini proposti dai sostenitori della legge, ossia trattare uomini e donne come membri alla pari della società. Lo si porta avanti, tra le altre cose, fingendo che la differenza semantica tra i termini “pari” e “identico” non esista, e sostenendo che l’effetto della legge per le pari opportunità sarà una società di ermafroditi (implicitamente: di omosessuali). Il secondo argomento (quello costituzionale) suggerisce una certa apertura, ma è in realtà un evitamento, perché entrambe le parti sanno che la dicitura nella Costituzione -alla cui introduzione, peraltro, la destra si è opposta- è troppo generica per poter porre le basi di una lotta concreta alla discriminazione.

La terza tesi, infine, quella sul problema della definizione di “discriminazione”, è un elemento della tattica generale di stallo, in cui eccelle particolarmente Kazimierz Kapera. Non è dimostrato -ha detto l’allora portavoce delle donne, l’unico proposto dalle autorità- che la ragione principale della differenza nel salario medio delle donne sia discriminazione sulla base del sesso. Oltre al dubbio sull’esistenza di prove, lo tormentano anche i problemi tipici dei relativisti: la pornografia è vista e recepita in modo evidente, mentre le molestie sessuali a seconda di come le guardiamo. Queste affermazioni contorte non sono ovviamente una richiesta di chiarimento delle ambiguità. Suggeriscono anzi una completa impotenza di fronte a presunti problemi “complessi”, ma al tempo stesso una prontezza ad occuparsene, prima o poi. Ovviamente non ora. Ora dobbiamo difendere gli uomini e i bambini dalle donne troppo emancipate, limitare l’accesso agli esami prenatali, rendere più difficile il divorzio ed eliminare l’azione contro la violenza sulle donne.

Perché tutto questo? Ripetiamo ancora una volta questa sorprendente struttura logica: la discriminazione non esiste; la discriminazione esiste, ma abbiamo una soluzione; purtroppo non si sa cosa sia la discriminazione. Il fatto che queste tre tesi si contraddicano a vicenda non impedisce loro in nessun modo di svolgere il loro compito – condurre al respingimento della legge sulle pari opportunità appena alla prima lettura. È ovvio che qui né la forza della logica né i fatti abbiano funzionato, perché nelle affermazioni della destra mancavano entrambi gli elementi. Sono anche stati commessi degli errori che avrebbero dovuto affossarla completamente. Una delle pochissime statistiche che gli oppositori del progetto di legge hanno citato in realtà testimonia contro di loro.

Ebbene, il 62% della società polacca crede che l’attuale decreto per le pari opportunità sia sufficiente, e il 63% afferma che la strada per le cariche pubbliche sia aperta a prescindere dal sesso. È facile notare che il 63% sia poco più di metà. Presupponendo che questo gruppo sia composto principalmente da uomini, è possibile scoprire che la maggior parte delle donne in Polonia si sentano discriminate (cosa che del resto confermano altri studi). E tuttavia, invece di lasciare questa argomentazione agli avversari, si sono portati avanti alcuni stereotipi e verità pseudoscientifiche sulle donne: per esempio, che non vogliono entrare in politica perché così “vuole la natura”. Per cercare delle “prove” è sufficiente sfogliare il libro Il sesso del cervello, probabilmente disponibile nell’edicola del Parlamento. La destra, tuttavia, era così sicura di vincere che ovviamente non si era preparata le sue dichiarazioni. E a buon rendere, perché nessuna delle argomentazioni presentate alla Camera ha funzionato; la convinzione che, a parer mio, è condivisa dalla destra di AWS, da gran parte di Unione della Libertà e anche dall’Alleanza della Sinistra Democratica, ma che è esternata apertamente solo da Janusz Korwin-Mikke, si è rivelata efficace. E la sostanza è più o meno questa: la discriminazione -anche se è meglio chiamarla naturale differenza sessuale- c’è stata, c’è e ci sarà sempre. E così dev’essere. Va bene così. Ecco cos’è la nostra giovane democrazia polacca. Sotto il comunismo c’erano le trattoriste e l’interruzione di gravidanza, ma adesso siamo tornati alla normalità. La Polonia è la Polonia, un uomo è un uomo e una donna – una donna.

 

Un vero uomo in un mondo di donne

 


La convinzione che le donne non debbano immischiarsi nella politica e che trattare seriamente le loro questioni nuoccia alle democrazia non è, a parer mio, così nuova come sembra suggerire Peggy Watson. Nella nostra cultura politica ha preceduto l’avvento della democrazia di quasi un decennio, ed è stato una delle discussioni fondamentali dell’ethos dell’opposizione anticomunista. Questa convinzione deriva dall’ethos della rivolta dei 1863 ed è profondamente immersa nel pensiero romantico.

Ma restiamo nel secolo corrente: mi interessa l’epoca del cosiddetto socialismo reale e il nostro immaginario di quel periodo. Il periodo comunista è spesso descritto come un’imbarazzante rottura nella vita della società polacca. Questa vergogna ha un profondo legame con la politica sessuale nella nostra memoria collettiva, perché il periodo della PRL è stato un periodo di svalutazione, addomesticamento e castrazione simbolica degli uomini polacchi. Non a caso, il film Seksmisja di Julius Machulski è diventato un’allegoria di quel periodo leggibile da tutti. Perché secondo la nostra narrazione nazionale è andata così: c’era una volta un eroe coraggioso, un padre di famiglia, un cavaliere, in una parola, un Vero Uomo. E poi accadde una cosa terribile. Il comunismo -quella strega! Quella puttana!- lo spedì in esilio interiore, da Vero Uomo lo trasformò in giardiniere, in appassionato di fai da te, in pantofolaio. Venne chiuso in un paranoico “mondo effeminato”, dove “fallo da solo” significava “costruisci mobili da cucina”. Sì, questo Uomo nuovo, contaminato e castrato poteva agire politicamente, ma avrebbe significato servilismo, arrivismo, conformismo, svalutazione finale. E la Donna? La donna -dice la fiaba nazionale- lottava per l’esistenza. Si parlava di spesa come di “caccia”, anche se restava responsabilità delle donne. Il punto non era far rientrare la spesa nel dominio degli uomini, ma segnalare che il socialismo reale era una situazione “anormale”, un mondo al contrario. Un mondo in cui -che orrore!- le donne vanno a caccia.

In una società profondamente patriarcale, come la nostra società è sempre stata ed è rimasta, il racconto dello scambio dei ruoli di genere è la metafora più lampante del caos: è esattamente per questo motivo che il nostro racconto nazionale sull’assurdità del sistema comunista è stato espresso nel modo migliore dalla vicenda di Seksmisja. Questa visione della società polacca sotto il comunismo è presente anche negli studi scientifici e nella stampa. Il mito sul potere delle donne durante la PRL si è ritagliato un posto nella nostra mentalità come una verità ovvia, e il film che le ha dato forma è divenuto un’opera di culto, guardata con ritualità.

Se il comunismo ha trasformato l’uomo polacco in una “femminuccia”, con Solidarność poté trasformarsi nuovamente in un uomo. Sì, quelli erano Affari da Uomini, Conversazioni da Uomini. E per dar voce a questo sentimento comune, sui muri degli scioperanti del porto di Danzica era stata dipinta la scritta: “Donne, non disturbateci, stiamo combattendo per la Polonia”. Al tempo questo slogan non scandalizzò nessuno, al contrario, era possibile derubricarlo come una manifestazione del folclore operaio, e al tempo stesso un riferimento al linguaggio della lotta per la liberazione nazionale. Ecco di nuovo gli uomini che “combattono per la Polonia”. E di nuovo le donne piangono, fanno panini, mandano altri figli a combattere. Per questo, come ha detto il deputato Sikorska-Trela, si parla di noi con orgoglio come di Madri Polacche per sottolineare il nostro ruolo importante nella vita familiare e nazionale del Paese. Nel libro di recente pubblicazione Damy, rycerze i feministki, Sławomira Walczewska interpreta lo slogan sul muro del porto in termini di contratto di genere cavalleresco, come un’ammonizione alle donne che è giunto il momento di vestire nuovamente i panni della dama: NOI vi portiamo questa Polonia dei nostri sogni, e VOI ci darete “il fiore di rosa bianca” (8).

Proviamo a guardare questo slogan più da vicino, questa volta in termini di rinascita della mascolinità. Chi sta effettivamente parlando e a chi? Non siamo soltanto operai del cantiere navale trascinati lontano dalle mogli e dalle madri per lo sciopero. Noi significa uomini, voi significa donne. La nostra mascolinità è molto più evidente ora che c’è una lotta in corso. La lotta -si sa- è una cosa da uomini. Qualsiasi tentativo della vostra parte di interferire sarà un disturbo. Così, questa scritta adempiva al tempo stesso a due funzioni: costituiva il soggetto della lotta politica come soggetto pienamente maschile ed escludeva le donne da questa lotta. Questo gesto simbolico di esclusione, declinato in diverse varianti, si rivelò efficace? La risposta dipende dal nostro interesse per la sfera dei fatti, delle attività concrete ai tempi di Solidarność, o la sfera dei simboli e della lingua con cui i fatti vengono messi in prospettiva. Le donne hanno fatto molto in Solidarność. Tuttavia, non è un caso che le leader clandestine con cui ha parlato Shana Penn ripetevano che la loro funzione fosse solamente di supporto, e se per un po’ erano loro a essere in carica era solo per necessità dovute all’arresto della maggior parte degli uomini. Qualunque cosa facessero, erano pronte a descrivere le proprie azioni in uno schema in cui la lotta è solo -e soltanto- ciò che fanno gli uomini. Non interferivano. Facevano quello che dovevano fare. Aiutavano. Aiutavano e basta. Shana Penn scrive:

Szczęsna indicò che molte delle donne sposate del suo gruppo si descrivevano come le mogli degli attivisti di Solidarność perseguitati, non come attiviste in dipendenti, e in ogni caso l’attività nell’opposizione non costituiva la loro identità principale (…). L’attività clandestina, secondo lei, non godeva di grande considerazione. Il suo carattere di segretezza precludeva il riconoscimento pubblico di cui gli uomini avevano bisogno più delle donne. (…) Secondo l’opinione di queste donne, i risultati ottenuti nel movimento clandestino non avevano carattere rivoluzionario, ma di mera necessità. (9)

 

Ciò che non si trova nel mito

 


La mia tesi potrebbe sembrare scioccante, o persino sacrilega: ritengo che il grande slancio di liberazione che è stato Solidarność sia stato sul piano simbolico un atto di ritorno all’ordine patriarcale che il sistema totalitario aveva compromesso. Proprio come il comunismo è diventato nell’inconscio collettivo il periodo di Seksmisja, di reclusione vergognosa in un mondo clandestino di ruoli invertiti, al punto tale che il ritorno in superficie è diventato il momento di recupero della virilità, del taglio di un orrido cordone ombelicale. Nel film, come ha notato Izabela Filipiak, tale momento prende la forma di una foto di tute da lavoro collegate alla base – abbiamo così un parto in versione science-fiction. Indipendentemente da quanto avvenuto sul piano del reale, possiamo constatare che nella sfera simbolica – e quindi, nella memoria collettiva, Solidarność è stato un grande rito di passaggio maschile.

Il caso di Anna Walentynowicz, che ha dato il via alla storia di Solidarność, è un fatto ormai cancellato dal mito del movimento, è sopravvissuto da qualche parte in secondo piano, ma solo come un aneddoto, una specie di apocrifo. Il vero inizio di questa storia si è rivelato il momento in cui il baffuto Lech Wałęsa ha saltato il cancello del porto di Danzica come un vero uomo. In una cultura patriarcale, le donne reali non possono esistere nell’immaginario collettivo come soggetti attivi, al loro posto compare una femminilità sublimata: la Madre di Dio sul bavero del leader, così come nelle canzoni e nelle poesie del periodo di Solidarność. La Madonna Nera, Regina della Polonia. Questa femminilità irrealistica, disincarnata, ma ancora mutilata dalla spada del nemico è la santificazione della rivoluzione, il suo ingresso per il sacrum. Ma la santa patrona è al tempo stesso la negazione del leader. La sua presenza ricorda che, affinché il rituale possa compiersi, la femminilità reale -quella che non unisce verginità e maternità e non compie miracoli- dev’essere esclusa dal mito. È per questo che nella nostra memoria non c’è Anna Walentynowicz. È per questo che le donne di Solidarność non hanno “combattuto”, hanno soltanto “fatto quello che dovevano fare”.

Questa dimenticanza collettiva ha la sua controparte individuale: nella storia di Danuta Winiarska raccontata da Shana Penn. Questa donna guidò la Solidarność clandestina nel voivodato di Lublino, servendosi di una figura maschile fantoccio, un certo Abramczyk, che parrebbe aver impartito tutti gli ordini dati da lei. Un conoscente di Winiarska, che aveva accettato di presentarsi nel ruolo di Abramczyk per rendere credibile lo stratagemma, disse poi ai giornalisti di essere stato lui a guidare il voivodato di Lublino. Secondo la stessa Winiarska, quest’uomo si era identificato a tal punto con il suo ruolo da essersi dimenticato la vera storia/com’erano andate realmente le cose (10).

La versione degli ultimi vent’anni di storia polacca che ho presentato, e che mi è stata presentata con una prospettiva diversa da Shana Penn e Peggy Watson, è ovviamente poco conosciuta. Inoltre, non credo sia stata accettata, nemmeno come curiosità, dai media polacchi. Sarebbe una demitizzazione troppo dolorosa del periodo del periodo in cui, secondo la versione ufficiale, i polacchi hanno subito qualcosa di simile a una canonizzazione angelica. Eravamo insieme, eravamo grandi, nobili e uniti. Stavamo bene. Conoscevo bene la forza e la bellezza di questo mito, perché io stessa vi avevo preso parte. Pertanto, diversamente da Shana Penn, non mi stupisce che le donne abbiano acconsentito al loro ruolo “ausiliario” senza battere ciglio e -con qualche piccola eccezione- senza sentirsi escluse. Non mi stupisce nemmeno che Winiarska fino a oggi non avesse rivelato pubblicamente la verità su “Abramczyk”. Non mi sorprende innanzitutto perché ho vissuto questa situazione sulla mia pelle, ed è stato solo in America, dopo qualche anno, molte letture e una grande riluttanza, che mi sono conquistata una reinterpretazione delle esperienze di Solidarność attraverso la lente della differenza di genere. Eppure, quando presi parte a questi eventi da adolescente, un simile approccio alla questione mi sarebbe sicuramente sembrato assurdo.

 

Un’altra fiaba?

 


Nel 1987, in qualità di diciassettenne dell’opposizione, venni portata via da una manifestazione contro la mia volontà quando si iniziò a venire alle mani. Da una parte ero furiosa, ma dall’altra sapevo che i lividi con cui i ragazzi sarebbero usciti da questa lotta sarebbero valsi molto di più ai loro occhi, ma anche ai miei, se me ne fossi uscita prima dal campo di battaglia. Sapevo che se non avessi interferito mentre loro combattevano per la Polonia sarei stata ricompensata. Oggi sono convinta che gli scontri con la polizia e i racconti che ne sono conseguiti abbiano costituito un rituale nell’ambiente dell’Associazione Studenti Indipendenti, in cui si andava formando l’identità maschile. “L’altro” da lei non era solo e soprattutto “il nemico” (che oltretutto nel periodo di declino del comunismo non era nemmeno così pericoloso), ma precisamente la donna piena di ammirazione che stava in disparte. Accettando di allontanarmi dalla manifestazione ho recitato -forse in maniera non del tutto conscia, ma sicuramente molto efficiente- il copione culturale di “dame e cavalieri” di cui parla nel suo libro Sławka Walczewska. Per un attimo mi sono elevata ai ranghi dei cavalieri, ma una volta rimessa al mio posto ho acconsentito senza troppe riserve a riadattarmi al ruolo della dama. Ero semplicemente interessata ai profitti che il contratto sessuale nobiliare-cavalleresco portava con sé. Walczewska elenca gesta spettacolari, assistenza, protezione dalla violenza, ma forse bisognerebbe aggiungere dei confini ben definiti del proprio ruolo, la sicurezza che tu sia chi dovresti essere.

Scoprendo la preoccupazione, l’attesa e l’ammirazione per la mascolinità dei propri ragazzi, le ragazze di questo ambiente crearono la loro identità femminile di conseguenza. Non escludo che in una certa misura ci fossimo identificate con la femminilità sublimata e sacralizzata associata al mito della Madre Polacca. Ritengo tuttavia che abbiamo mantenuto nei confronti del nostro ruolo femminile una distanza ironica, che ai ragazzi è chiaramente mancata. Mentre loro erano la propria mascolinità, o perlomeno volevano davvero esserlo, la nostra femminilità era in larga misura una mascherata. E non a caso. Una caratteristica dell’identità femminile che si scioglie nel crogiolo del patriarcato polacco è la convinzione che sia tutto un gioco, tutta finzione e apparenze. Siamo convinte della debolezza sottocutanea dei nostri uomini. Crediamo (e quanto è bello crederlo!) che in questo gioco dipendano da noi, che necessitino di riconoscimento e conferma della loro importanza, e che saremo noi a garantire loro tutto questo. Per questo -almeno nelle fantasie- abbiamo sempre il controllo della situazione. Alla domanda di Shana Penn sul perché non facesse chiarezza sull’affare Abramczyk, Winiarska chiarisce la sua posizione in modo a dir poco particolare: Perché noi donne possiamo esercitare il potere soltanto finché fingiamo di non averlo. Passavamo tutte inosservate. La società è fatta di apparenze. (11)

Ma in una democrazia non esiste nessun potere invisibile. La società non è più composta solo da apparenze. Per questo il mito di compensazione secondo cui “gli uomini governano il mondo, e le donne gli uomini” ha portato più danni che benefici dopo la svolta del 1989. Se il primo periodo di Solidarność era anche il periodo della cristallizzazione dell’identità dell’uomo-politico, la stessa democrazia si costituì già apertamente -e sul piano reale, non soltanto su quello simbolico- come un mondo maschile. Uno degli osservatori dichiarò nel giugno 1992 che il Parlamento polacco moderno, europeo e liberale ricordava un club inglese a cui solo gli uomini potevano accedere (12).

La tradizione del saggio femminista vuole che alla fine si dica qualcosa di ottimista, qualcosa che incoraggi i cuori delle donne. In chiusura a Una stanza tutta per sé, Virginia Woolf postula il ritorno della sorella geniale di Shakespeare, che un tempo non riusciva a scrivere neppure una parola. Nell’ultima frase del suo libro, Sławka Walczewska dichiara che le donne e dei cavalieri si stanno accomiatando, se si considera quindi il titolo del libro come profetico, dovremmo attenderci presto l’arrivo delle femministe. Io però non so come si concluderà la fiaba del Ragazzo Polacco a cui la Strega Cattiva del Comunismo rubò l’Uccello Colorato per chiuderlo nel Terribile Mondo di Seksmisja. Nei successivi sviluppi della fiaba, la Fatina Buona di Solidarność, con l’aiuto della sua bacchetta magica, diede al Ragazzo un uccellino: lo stesso, solo ancora più grande. Il Ragazzo se ne uscì quindi dal sottosuolo e iniziò con l’aiuto dell’uccello magico a riportare l’ordine in superficie. Subito dimostrò a una Giovane e Gentile Fanciulla chi comandava davvero lì sopra.

Negli ultimi anni il Ragazzo è diventato molto maleducato, mentre il suo Uccello Colorato è ancora in crescita, con ancora più piume. Ma è forse questo a predire un lieto fine per la fiaba? La Giovane e Gentile Fanciulla non ha interferito affatto con l’ordine del Ragazzo e ancora oggi cerca di convincersi che il potere di lui sia solo “un gioco di apparenze”. Forse un giorno riuscirà a ribellarsi? L’Uccello Colorato probabilmente non ha intenzione di volare via verso Paesi lontani, ma magari nella Gentile Fanciulla si risveglierà una Ragazza Femminista e… non lo so, davvero non so cosa succederà, ma sono incredibilmente curiosa di scoprirlo.

 

Note:

1) Il testo è apparso in versione abbreviata su Gazeta Wyborcza (19-20 giugno 1999). Ha provocato sulle pagine della Gazeta un lungo dibattito sul femminismo, durato per tutta l’estate. Alla discussione presero parte tra gli altri Joanna Bator, Joanna Szczęsna, Maria Janion, Shana Penn, Magdalena Środa, Izabela Filipiak, Małgorzata Fuszara, Wojciech Orliński. È apparso con il titolo Poetyka polskiego patriarchatu nel libro: G. Borkowska, L. Sikorska (a cura di), Krytyka feministyczna. Siostra teorii i historii literatury, Wydawnictwo IBL, Varsavia 2000.
2) 45^ seduta del Sejm del giorno 4 marzo 1999. Progetto di legge sulle pari opportunità. Le citazioni successive dei politici di destra provengono dallo stesso dibattito.
3) E. Olczyk, Niby to samo, a jednak nie to samo, Rzeczpospolita, 22 marzo 1999, p. 4.
4) P. Watson, (Anti)feminism after Communism, in A. Oakley e J. Mitchell (a cura di), Who Is Afraid of Feminism: Seeing through the Backlash, New York 1997, pp. 144-161.
5) S. Penn, Tajemnica państwowa, Pełnym głosem, no. 2, autunno 1994, p. 13.
6) Watson, op. cit., p.149.
7) P. Watson, The Rise of Masculinism in Eastern Europe, in M. Threlfall (a cura di), Mapping the Women’s Movement. Feminist Politics and Social Transformation in the North, London 1996, p. 221.
8) S. Walczewska, Damy, rycerze, feministki, Wydawnictwo eFKa, Cracovia 1999, p.95
9) S. Penn, op. cit., p.15.
10) Ibid., p.13
11) Ibid.
12) Citazione da Watson, The Rise of Masculinism, op. cit., p. 218.

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