Sulle tracce di Venedikt Erofeev: un viaggio nel viaggio di Paweł Pawlikowski

28/02/2021Diego Sbriglia

Molti conoscono Paweł Pawlikowski, regista polacco e autore di Cold War, con il quale vinse a Cannes nel 2018 il premio per la miglior regia, ma forse pochi sanno che il suo esordio riguarda uno degli scrittori più incredibili del XX secolo, Venedikt Vasil’evic Erofeev: simbolo del postmodernismo russo, scrittore vagabondo, tra gli ultimi bohémien. Si tratta di un documentario di 42 minuti, ancora disponibile su YouTube con sottotitoli italiani curati da Paolo Nori, uno dei più grandi esperti di Erofeev, dal titolo From Moscow to Petushki, come il titolo dell’opera più famosa di Erofeev (in italiano Mosca – Petuškì poema ferroviario), un libro cult scritto tra il 1969 ed il 1970, che in forma di samizdat ha piano piano conquistato gran parte d’Europa, senza che gettasse troppa luce sul misterioso autore. Il documentario è un prodotto artistico straordinario ed è dunque consigliatissimo, ma va detto che contiene lo spoiler del finale di Mosca – Petuškì, per cui vi consigliamo in primis la lettura del libro.

 

 

Il regista polacco va alla ricerca di Erofeev nella capitale russa, nel periodo successivo alla caduta del muro, mostrando il lato drammatico degli strascichi degli anni precedenti, una sorta di sub-cultura underground di personalità che, parlando del loro rapporto con l’alcool, conservano un senso di tragico, forse tipicamente russo. Questo è ciò che rappresenta Erofeev, figlio di una Russia destalinizzata dove l’intellettuale è bloccato tra il rigore del regime ed il peso insostenibile del passato letterario. Questa impasse ha per Erofeev un unico sblocco: il bere, ubriacarsi fino al raggiungimento di uno status di onnipotenza letteraria, dove tutto è possibile e tutto può essere detto, dove si possono citare i grandi del passato sia in modo positivo sia in modo negativo, dove l’invenzione va di pari passo con il delirio.

 

L’alcool è l’anima del popolo russo ed Erofeev si considerava un surrogato della vodka: ерофеич (erofeič),  del resto, significa vodka alle erbe aromatiche. Anche per questo non è mai stato un fan della politica di Gorbacëv contro l’alcool: Mentre gli davano il Nobel, in Russia se si faceva vedere per strada lo tiravano sotto con la macchina, ritenendo impossibile privare ad un popolo che «ha quaranta verbi diversi per dire ubriacarsi come gli eschimesi hanno quaranta modi per dire bianco». Erofeev è il rappresentante del grottesco di un Paese in cui i controllori dei treni vengono corrotti con grammi di vodka e per disperazione i cocktail vengono preparati con lacche, deodoranti per piedi, profumi. A quanto pare fu cacciato dalla casa di un’amica che gli diede ospitalità perché ritenuto responsabile della sparizione dei profumi (ma in realtà fu il marito a nasconderli in cantina senza avvertire la moglie). Il documentario di Pawlikowski si apre proprio con una citazione chiave di Mosca – Petuškì, dove viene elencata la ricetta per lo “Spirito di Ginevra”, che ha bisogno – tra le altre cose – di lacca depurata: «tutti sanno come si depura la lacca, anche i bambini, ma nessuno sa com’è morto Puškin». Un paese senza radici letterarie è un paese abbandonato, dormiente, come un ubriaco su un ciglio del marciapiede.

Il regista, deciso a trovare lo scrittore, intervista nei pressi della fermata della metropolitana Trubnaja quelli che sembrano conoscenti di lunga data di Erofeev (parlano di 1973 o 1974), che rispondono alla domanda «cosa facevate?» con un semplice ma efficace «bevevamo». Colui che prende la parola, ridendo, ricorda i cocktail di Erofeev, “la lacrima della giovane comunista”, “il bacio della Zia Klara”, due preparazioni alcoliche surreali, citate anche nel libro, facendo capire che il grottesco raccontato in Mosca – Petuškì non si allontanasse così tanto dalla realtà dei fatti: Venedikt Erofeev beveva davvero questi intrugli, vagabondando dove era proibito essere senza fissa dimora e lavorando sporadicamente nell’Unione Sovietica che non tollerava la disoccupazione. Lui è il protagonista del poema ferroviario, è lui che deve apparire nell’immaginario di chi legge Mosca – Petuškì, non solo perché beveva davvero i cocktail da lui citati, ma anche per il suo costante citare il Vangelo o Dostoevskij, due sue grandi passioni, e per le accurate descrizioni di un viaggio in treno compiuto con il delirium tremens, qualcosa che può descrivere solo chi lo ha vissuto per davvero (e lui, da vagabondo, ci viveva davvero nei treni). Venedikt Erofeev è un prodotto straordinario del Novecento sovietico: a differenza dell’ubriacatura della beat generation americana che rappresentava più che altro trasgressione e rottura con il passato, Erofeev era il personaggio letterario di alcuni dei suoi predecessori, trapiantato nel contesto del rigore brežneviano in cui viveva, un personaggio ed uno scrittore realista a cui si farebbe un torto nel chiamarlo surrealista. Era la prova vivente di quello che Čechov immaginava nei suoi racconti febbrili come L’uomo nell’astuccio e Il Monaco nero, dove predomina il tema dell’incomunicabilità e dell’inevitabile disillusione, così come nel racconto Reparto numero 6, dove la Russia è simboleggiata da un manicomio che a poco a poco risucchia anche i sani, ma può identificarsi anche col personaggio decadente della realtà urbana degradata, citato nei cicli poetici Bolle di terra e Città di Aleksandr Blok, senza neanche ad arrivare a scomodare il Marmeladov dostoevskijano. Forse l’aggettivo migliore per descriverlo è gogoliano, aggiungendo – se possibile – con un tono di satira ancora più crudo.

 

Pawlikowski riuscì a trovare Erofeev: tredicesimo piano, interno 78 di un classico palazzone brutalista. Una signora anziana ammette candidamente che nessuno sapeva della sua presenza e del suo status di scrittore, ma con la caduta del muro i suoi libri smisero di essere proibiti e la gente finalmente venne a sapere che non avevano come coinquilino solo un povero ubriacone, ma anche un letterato. Un terribile cancro alla gola lo costrinse a parlare per tutta l’intervista con un apparecchio che rese la sua voce robotica. Aiutato dalla moglie, Erofeev si aprì al regista con estrema tranquillità: ascoltarono insieme una sua registrazione antecedente al 1985, anno del cancro, proprio mentre leggeva Mosca – Petuškì (anche le registrazioni fanno parte di un materiale samizdat) per poi parlare di come a sedici anni si ritrovò a Mosca in qualità di scolaro promettente proveniente da un remoto angolo del Circolo Polare Artico. «Subito dopo aver studiato Leibniz, ho cominciato a bere». Alla richiesta di chiarimento di Pawlikowski, ridendo aggiunse: «Avete una mente davvero poco raffinata!». Dal 1956 al 1957, in tredici mesi, appuntò sul suo diario quello che poi è stato raccolto sotto il titolo di Memorie di uno psicopatico, ricco di citazioni e pensieri inquieti, opera certamente confusa ma comprensibile per un ragazzo con un passato difficile, vivendo a Kola, nel nulla, con il padre in reclusione per otto anni e la madre costretta ad abbandonarlo insieme al fratello ed alla sorella in un orfanotrofio. In Memorie di uno psicopatico espone il suo concetto di gorizontal’nost’ (orizzontalità), una condizione di stasi mistica che si oppone alla spinta verso l’alto, verso il miglioramento. Attenzione: non si tratta di oblomovismo, bensì di una scelta di restare ai margini della società, da reietto, ma libero. Anche per questo andò via dall’Università di Mosca quando rifiutò di presentarsi alle lezioni di educazione militare, paragonandole alle pratiche naziste.

Oltre le memorie, i suoi tentativi di scrittura, perlopiù dei saggi, furono rigettati e considerati spaventosi dal punto di vista metodologico. Anche lo stesso Erofeev disse che il suo stile venne fuori con il poema ferroviario Mosca – Petuškì, che per desiderio dell’autore doveva costare quanto una bottiglia di vodka. Nel documentario il regista polacco inserisce commenti su quest’opera: un dottore russo (a quanto pare esperto nel curare gli ubriachi) parla del libro come registro clinico di una malattia alcoolica, il conoscente e forse vagabondo della Trubnaja pensa che sia la migliore descrizione della realtà sovietica, appare persino Brodskij e parla di come Erofeev volesse dare libertà alla sua voce e non ironizzare sul periodo sovietico. Ma a Petuskì, tranne che bere, non c’era niente da fare e forse era una condizione adattabile all’intera Russia: Erofeev ritenne che nessuno riuscì a cogliere il senso tragico dell’opera.

 

 

Il treno non è solo il mezzo su cui ruota la storia di Mosca – Petuskì: il treno è parte della vita di Erofeev, spesso è stato un letto dove dormire, ma anche un simbolo tragico della sua esistenza. Pawlikowski prende quel treno da Mosca a Petuskì parlando con altri conoscenti di Erofeev, che raccontano il periodo del vagabondaggio trascorso insieme, durato quasi dieci anni, dove l’alcool e la letteratura erano gli unici passatempi:

Ci svegliavamo la mattina e litigavamo per decidere chi sarebbe dovuto andare a prendere da bere. Per riuscire a decidere, abbiamo iniziato una competizione letteraria, che consisteva nel recitare i propri poeti preferiti senza fare errori…le recitavamo continuamente e quando uno di noi farfugliava o faceva un errore, allora doveva andare al negozio e prendere il vino. Erofeev recitava le poesie del suo scrittore preferito, Kolstov. Io recitavo Brjusov, Gumilëv, Achmatova.

Di Erofeev non abbiamo molte opere, sicuramente meno di quello che poteva darci: tra samizdat venduti per pochi rubli (necessari per bere), libretti bruciati dalla madre della prima moglie per resistere al gelo e testi scritti alla Rozanov, il poeta che predicava l’arte della scrittura ovunque, la (seconda) moglie di Erofeev non perse l’occasione di mostrare a Pawlikowski una quantità considerevole di quadernini che lo scrittore riempiva di stazione in stazione, mentre vagabondava ubriaco. Sappiamo che così perse il romanzo Dmitrij Šostakovič, del 1972, la storia di un omonimo del grande compositore sovietico che lavorava in una rivendita di alcolici, e di cui perderà il dattiloscritto proprio nel vagone di un treno. Sempre da ubriaco a quanto pare finì La notte di Valpurga, un testo teatrale, con ogni pagina “premiata” dagli amici con un bicchiere di vodka. Guai però a considerare il suo ubriacarsi come un tentativo di raggiungere una condizione gioiosa, spensierata: da ubriaco Erofeev non perdeva mai la testa, non si trasformava in una persona felice, anzi, l’alcool era solo un mezzo per affrontare la vita, per mantenere alta la sua sensibilità artistica ed umana.

 

 

Pawlikowski parlò in seguito della difficoltà di girare con il fiato della KGB sul collo ed allo stesso tempo dell’iniziale poca serietà con il quale Erofeev affrontò l’intervista. Il regista, tuttavia, capì solo in seguito che il suo lato comico nascondeva una vena profondamente tragica, la stessa che si riconosce nel poema ferroviario, scritto per far ridere gli amici ma diventato un manifesto di resistenza, a suo modo. Toccante è la frase finale del documentario, con Erofeev in una sala buia, dopo ad aver assistito alla messa in scena teatrale di Mosca – Petuškì:

E se un giorno morirò (morirò molto presto, lo so), morirò senza aver accettato questo mondo, avendolo compreso da vicino e da lontano, avendolo compreso da fuori e da dentro, ma senza averlo accettato, morirò, e Lui mi chiederà “sei stato bene lì? Sei stato male?” e io starò zitto, abbasserò gli occhi e starò zitto, e questo mutismo lo conoscono tutti quelli che cercano una via d’uscita da un lungo e pesante anticiclone. Perché la vita umana non è forse un breve ciclone dell’anima? E anche un’eclissi dell’anima. È come se tutti noi fossimo ubriachi, solo ognuno per conto suo, uno ha bevuto di più, l’altro di meno, e a ciascuno fa un effetto diverso: uno ride in faccia a questo mondo, l’altro piange tra le braccia di questo mondo, uno ha già vomitato e adesso sta bene, l’altro comincia solo adesso a avere il vomito. E io, cosa ho fatto io? Io ho assaggiato molta roba, ma non mi ha mai fatto effetto, e non ho riso neanche una volta come si deve, e non mi è mai venuto il vomito. Io, dopo aver assaggiato questo mondo tante di quelle volte da averne perso il conto e il senso, io sono il più sobrio di tutti a questo mondo, mi va semplicemente stretto.

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