L’uomo anfibio: l’eroe di Beljaev dalla fantascienza agli abissi di Tarkhankut

14/02/2021Giorgia Maurovich

L’immagine che le parole “fantascienza sovietica” evocano alla mente è, con buone probabilità, lo spettro evanescente di un appetito cosmico e di una fervida volontà di esplorazione dello spazio. In pochi immaginerebbero un utilizzo della scienza che abbia implicazioni più dirette nelle vicende umane, specie se corporee – così triviali di fronte alla vastità delle galassie incontaminate. Le esperienze marziane di Bogdanov e la visione utopica di Zamjatin, tanto discussa persino da Fredric Jameson, sembrano proiettare la loro ombra monumentale sull’intero genere. Eppure, la tradizione fantascientifica della Russia sovietica non poggiava soltanto sulle aspirazioni idealistiche: nella seconda metà degli anni Venti, venuto meno il fervore utopico nell’urgenza di una nuova espansione industriale, iniziò una riflessione sulle possibilità di ibridazione tra natura e tecnologia, influenzata da movimenti europei come la Neue Sachlichkeit tedesca.

Se la corsa allo spazio non era più l’avventura esemplare, la letteratura dell’Unione ripiegò sull’eredità di Wells e delle sue invenzioni, trasferendo la forza dell’ideale rivoluzionario nell’animo degli eroi letterari, degli outsider dal cuore puro in aperto contrasto con l’avanzata del capitalismo, la più nefasta minaccia al benessere degli uomini e dell’ambiente. La fantascienza divenne quindi, almeno fino ai primi anni Trenta (epoca in cui la RAPP, l’Associazione russa degli scrittori proletari, intraprese una campagna contro il genere), il terreno prediletto per l’esplorazione etica e filosofica dell’intersezione tra progresso, scienza, natura e convivenza tra esseri viventi.

Questo cambiamento, però, non avvenne repentinamente. Già subito dopo la Rivoluzione del 1917, la riorganizzazione degli ambienti accademici e dei fondi a essi destinati permise lo sviluppo di una nuova forma di biologia, il cui impianto ideologico a metà strada tra marxismo ed eugenetica formulò nuovi dubbi sui limiti dell’umano e sulle potenzialità evolutive di piante e animali, umani e non. Lo slancio rivoluzionario non era destinato ad accendersi soltanto su larga scala, dalla nuova società al cosmo inesplorato, ma anche sull’immediatezza del corpo – ossia l’uomo, cellula costitutiva della collettività. Fu così che la biologia e l’ingegneria genetica si adoperarono sinergicamente nel perfezionamento dell’homo sovieticus, dando il via a un’indagine complementare nella letteratura fantascientifica che ha lasciato il segno nell’immaginario russo.

 

Trofim Lysenko (a destra) mentre controlla i suoi esperimenti sulla vernalizzazione del grano

 

Nelle scienze, i pionieri della teoria eugenetica furono Nikolaj Kol’cov, che venne poi allontanato e (si vocifera) assassinato per l’allineamento antimarxista delle sue ricerche; Trofim Lysenko, che cercò di riportare in auge le teorie evoluzionistiche di Lamarck, a oggi confutate dal pensiero di Darwin; e Jurij Filipčenko, anch’egli denunciato per l’incompatibilità tra l’eugenetica e l’ideale comunista. In epoca sovietica, in particolare sotto Stalin, questa divergenza di pensiero portò gran parte degli scienziati di matrice darwinista a essere deportati o uccisi. Non stupisce che, in mezzo a un dibattito scientifico così acceso e a spaccature dagli esiti potenzialmente mortali, la fantascienza fosse diventata uno dei pochi frangenti in cui la speculazione era più libera. Anzi, lo studioso Keith A. Livers riscontra proprio, nel dibattito scientifico e filosofico, la forte influenza di un’ambizione stalinista mirata alla progettazione dell’uomo nuovo, il cui corpo, al tempo stesso soggetto e oggetto degli esperimenti, era il terreno su cui si andava edificando la società sovietica.

Com’era prevedibile, la fantascienza non tardò a seguire le orme della teoria (nonché della pratica, basti pensare agli esperimenti di ibridazione tra uomo e scimmia operati sotto la supervisione di Il’ja Ivanov). Uno dei testi più rappresentativi di questo sottogenere sull’ibridazione uomo-animale, oltre al ben più noto Cuore di cane di Bulgakov, è senza dubbio L’uomo anfibio di Aleksandr Beljaev, pubblicato qui in Italia per Agenzia Alcatraz. Esiste un’intera sottocategoria della fantascienza, il genere uplift, che esplora l’evoluzione o la trasformazione di una specie da parte di un’altra specie più intelligente, ma sebbene sia L’isola del dottor Moreau di Wells, uno dei modelli per il romanzo di Beljaev, sia il già citato Cuore di cane facciano parte di questo filone, il caso di Beljaev si distingue per l’umanità stessa del suo ibrido.

Scritto nel 1928, Čelovek-amfibija è a oggi uno dei testi di fantascienza russi più amati, grazie all’enorme successo di pubblico della trasposizione cinematografica degli anni Sessanta di Čebotarëv e Kazanskij. Ma, oltre alla carismatica figura dell’eroe Ittiandr, l’opera presenta anche numerosi spunti di riflessione sia sul già menzionato tema dell’eugenetica che sull’uso etico della tecnologia e del progresso.

Siamo in Argentina, e la pace delle coste frequentate dei pescatori di perle è turbata da voci che parlano del diavolo del mare, un’ombra mostruosa che si aggira sul fondo degli abissi. Gli avvistamenti si susseguono e non fanno che contribuire alla creazione di una vera e propria leggenda, una chimera con attributi umani che taglia le reti dei pescatori e cavalca il dorso di un delfino. Questo diavolo del mare altri non è che il protagonista Ittiandr, giovane ragazzo adottato anni prima dal prodigioso dottor Salvador, venerato dagli abitanti del luogo come una divinità, e da questi trasformato in un uomo anfibio grazie al trapianto di branchie di squalo. Cresciuto al riparo dalle brame dell’animo e della società umana, Ittiandr è un idealista ingenuo e di buon cuore, che per mantenere sano il suo corpo ibrido deve trascorrere parte del tempo sott’acqua e parte in superficie. Ma non passerà molto tempo prima che le voci sul diavolo del mare destino la curiosità del capitano Pedro Zurita, antagonista e volto del capitalismo, che cercherà di catturare la creatura e sfruttarla per il proprio guadagno.

Durante un naufragio, Ittiandr porta in salvo una fanciulla, Guttiere, figlia adottiva di Baltazar, uno degli scagnozzi di Zurita. Colpito dalla bellezza della ragazza, Ittiandr cerca di scoprire di più sulle usanze della società umana sulla terraferma, così da poterla rivedere e trascorrere del tempo con lei. Ma Zurita, ormai arricchitosi e divenuto più influente, sposa Guttiere e cerca di sfruttare le abilità di Ittiandr per la pesca delle perle e il recupero di tesori sottomarini. Ittiandr riesce a fuggire, ma Cristo, un altro degli sgherri di Zurita, informa Baltazar che Ittiandr è suo figlio, che credeva morto in seguito all’operazione di Salvador. Inizia quindi un processo dove vengono esplorati i limiti dell’etica del progresso scientifico, mentre Ittiandr cerca di fuggire al largo dell’oceano.

 

Vladimir Korenev nei panni di Ittiandr nel film del 1962

 

Il concetto di ibrido tra umano e rettile non è un unicum nella fantascienza del blocco Est, basti pensare a Čapek e a La guerra delle salamandre, che vedrà la luce qualche anno più tardi, nel ’36. Se però il testo di Čapek è imperniato sul concetto di alterità e convivenza (o meglio, conflitto) con essa, svelando al lettore le brutture del totalitarismo che di lì a poco si sarebbe insediato in Europa, quello di Beljaev sviluppa la tematica bioutopica accanto a una precisa critica del capitalismo e dell’utilizzo della tecnologia a scopi illeciti, incarnata nell’innocenza di Ittiandr. Quella di Beljaev non è satira, ma consapevolezza della creazione di un dilemma etico che scinde il lettore tra la dimensione collettiva, politica e sociale del conflitto centrale, e la sua dimensione privata e individuale, incarnata dai due eroi outsider del romanzo, Ittiandr e Salvador.

È proprio con il processo a Salvador che l’impianto concettuale di Beljaev si dispiega in tutta la sua chiarezza. Il pensiero è sempre lo stesso, dice. L’uomo non è perfetto. La questione evoluzionistica non viene affrontata soltanto dal punto di vista teorico, ma anche storico: il discorso di Salvador si appella a Charles Darwin, il più illustre dei precedenti, per rimarcare l’insensatezza delle stesse accuse di blasfemia che gli vengono mosse. Pur tuttavia, le sue parole si spingono ben oltre la semplice teoria dell’evoluzione della specie, arrivando a postulare una ricostruzione ex novo dell’intero genere umano al fine di sfruttare le risorse marine e colonizzare gli oceani. Nel suo empito rivoluzionario, Salvador ricopre il difficile ruolo di incarnazione dell’idealismo bio-utopico della scienza sovietica, piuttosto ironico se considerato il lysenkoismo imperante che rifiutava le teorie darwiniste. L’innovazione tecnica basata su ibridazione e innesto, che Lysenko applicò all’agricoltura, viene estesa nei piani di Salvador al genere umano, consentendo all’autore un’esplorazione dell’ideale di scienziato sovietico attraverso una figura a metà tra il martire e il visionario. Ma l’ingenuità e la purezza di Ittiandr, figlie di questo binomio, poco si sposano con una realtà sociale dove il capitalismo e la logica del profitto permettono lo sfruttamento dei singoli.

Se quindi l’eroe, sospeso tra terra e mare, viene relegato a una posizione di dipendenza a un ideale, non stupisce che Beljaev scelga il destino che Salvador aveva scelto per lui. Lo stesso scienziato ammette candidamente davanti alla corte di non aver voluto pubblicare i risultati dei suoi esperimenti per il timore che potessero portare più danni che benefici, rimettendo l’etica su un piano più alto rispetto al vantaggio economico. Di fronte al bivio tra progresso scientifico disinteressato (o almeno in teoria, vista la forte matrice ideologica della scienza sovietica) e retorica del guadagno, un eroe come Ittiandr, qui avatar ideale dell’homo sovieticus, sceglierà allora sempre la prima strada.

La fortuna del romanzo di Beljaev non si limitò soltanto alla trasposizione cinematografica: nell’Unione Sovietica degli anni Sessanta, infatti, la febbre del progresso scientifico aveva investito il cosmo come gli abissi. Il sogno di conquista Salvador, da teoria visionaria del primo slancio postrivoluzionario, si sarebbe presto concretizzato sulle coste della Crimea. Chiave di volta furono le imprese dell’esploratore e oceanografo francese Jacques-Yves Costeau, che nel 1962 aveva trascorso una settimana all’interno di una campana subacquea. La sua fama oltrepassò la cortina di ferro, e la risposta sovietica non si fece attendere. Quattro anni dopo, nel 1966, vide la luce il progetto Ichtiandr, a cui contribuirono geologi, ingegneri e medici dell’omonimo club di immersioni di Donec’k, nell’odierna Ucraina.

 

Una delle strutture del progetto Ichtiandr

 

Il primo esperimento, denominato Ichtiandr-66, si poneva l’obiettivo di costruire da zero, proprio come Costeau, una casa subacquea. Una volta realizzato il primo prototipo di abitazione il gruppo di ricercatori si spostò nella penisola di Tarkhankut, dove la struttura venne immersa a undici metri di profondità. Il primo a risiedervi fu il chirurgo Aleksandr Chaes, che vi trascorse al suo interno tre giorni annotando impressioni e svolgimento dell’esperimento. Il successo di Ichtiandr-66 destò l’interesse di giornalisti, scienziati, ingegneri aerospaziali e membri dell’esercito, che contribuirono alla creazione dei progetti Ichtiandr-67 e Ichtiandr-68 negli anni successivi. Oltre alla progettazione di strutture, le ricerche contribuirono allo sviluppo di tecnologie subacquee e di modalità di addestramento e riabilitazione degli acquanauti.

L’utopia di Salvador ebbe quindi modo di concretizzarsi anche al di là dell’inchiostro, ma lo slancio rivoluzionario, una volta terminati gli esperimenti, sembrava essersi sopito. Fortunatamente, non fu lo stesso per l’eredità romantica di Ittiandr, che continuò a vivere nel successo del film e in opere a esso ispirate come La forma dell’acqua, in cui, per le fattezze e l’animo della creatura, il regista visionario Guillermo Del Toro attinse all’eredità immaginifica dell’eroe eponimo di Beljaev.

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