Varlam Šalamov: memorie dal sottosuolo della Kolyma

09/02/2021Sara Verghi

Il secolo breve ha rivoluzionato molti aspetti della vita dell’essere umano, tanto da costituire un punto di non ritorno. Le due guerre mondiali hanno contribuito al radicale mutamento degli assetti politici ed economici dei Paesi coinvolti, creando di conseguenza una nuova forma mentis. I sistemi dei campi di concentramento e di lavoro furono, in particolare, un’ invenzione disumanizzante, dedita principalmente allo sfruttamento del lavoro coatto degli internati o all’eliminazione fisica di determinati gruppi sociali, etnie e minoranze. Tra questi, il sistema dei campi di concentramento e di sterminio nazista e l’istituzione del Gulag in URSS segnarono uno “spartiacque nella storia e nella cultura dei popoli” (1).

Prendendo in considerazione il fenomeno sovietico, l’acronimo GULag (Glavnoe upravlenie lagerej) si riferiva inizialmente alla direzione dei lager sovietici. In seguito, il termine gulag cominciò a designare le numerose istituzioni e strutture concentrazionarie che si vennero a creare nel corso dei decenni in URSS. Dalle storie e dalle testimonianze degli ex-reclusi nacque, come per la letteratura concentrazionaria della Shoah, un genere letterario: lagernaja literatura. I suoi esponenti incontrarono molti ostacoli, poiché le lacune giudiziarie e la conseguente mancanza di fonti storiche precise e documentate rendevano difficile la collocazione temporale degli avvenimenti e delle testimonianze in prima persona. Nonostante ciò, la lagernaja literatura è un genere caratterizzato da una forte impronta soggettiva: ogni autore porta con sé una Weltanschauung personale e, spesso, un proprio giudizio morale.

Una delle penne più autorevoli è quella di Varlam Šalamov, conosciuto principalmente per la sua monumentale raccolta I racconti di Kolyma, che venne pubblicata in Russia solo nel 1989. Varlam Šalamov fu arrestato per la prima volta il 19 febbraio 1929 nel corso di una retata in una tipografia clandestina, mentre era in corso la stampa di volantini intitolati Testamento di Lenin. Šalamov venne condannato a tre anni di reclusione, con l’accusa di essere un “elemento socialmente pericoloso”. Scontò la pena nella città di Višera, negli Urali settentrionali, svolgendo lavori forzati.

Fu il secondo arresto, il 12 gennaio 1937, che lo segnò in particolar modo come uomo e come scrittore. Il capo d’accusa lo dichiarò colpevole di “attività trockiste contro-rivoluzionarie”. Šalamov fu quindi condannato a cinque anni di lavori forzati nella gelida e ostile regione della Kolyma, nell’estremo Nord-Est siberiano. Scontata questa pena, nel 1943 venne nuovamente condannato a dieci anni di internamento, da scontare nuovamente nei lager della Kolyma. Questa seconda accusa fece riferimento a un semplice commento nei confronti dello scrittore e poeta Ivan Bunin, che secondo gli accusatori Šalamov avrebbe definito “un classico scrittore russo”.

 

Varlam Šalamov in un ufficio editoriale, durante il periodo precedente il suo secondo arresto

 

Šalamov trascorse quasi due decenni nel sistema concentrazionario, tra lavori forzati e lavoro libero, quest’ultimo svolto sempre all’interno di un lager. Irina Sirotinskaja, curatrice dell’intera eredità letteraria dell’autore, descrisse con precisione quale significato potesse avere la Commedia kolymiama in Russia e in Italia:

L’epopea kolymiana di Varlam Šalamov rappresenta la più importante testimonianza sulla tragedia del XX secolo, e un fenomeno unico nella letteratura russa. Forse il lettore italiano sentirà più vicina e comprensibile la forma di quest’opera: cicli di novelle legate tra loro dall’unità di protagonista, contenuto, percezione del mondo e intonazione dell’autore…Nella letteratura russa questa è una parola nuova, è una forma che corrisponde alla terribile verità del materiale, dove la polifonia del romanzo e un tema d’invenzione apparirebbero in qualche misura sacrileghi (2).

A proposito di parola nuova, lo stile di Šalamov venne definito da lui medesimo Nuova Prosa, poiché il volto della letteratura russa dell’epoca necessitava di un mutamento radicale. Non si poteva e non si doveva ignorare Hiroshima, Auschwitz e la Serpantinnaja nella Kolyma. Era quindi un dovere morale dello scrittore diventare testimone del proprio tempo. Nel suo Manifesto sulla Nuova Prosa, Šalamov afferma che il compito dello scrittore è duplice: proiettare la propria esperienza influenzando la coscienza del lettore e trasformare il lettore in spettatore, in modo tale che possa partecipare alla storia narrata. Il racconto, mezzo narrativo privilegiato da Šalamov, diventa altro, non solo un’esperienza da leggere e vivere. Ogni racconto šalamoviano si presenta al lettore non come un’entità morta che risorge dal passato, ma come una cinepresa che inquadra un istante preciso di vita nell’immensità dell’Arcipelago Gulag. La novaja proza, simbolo del passaggio dalla letteratura moderna a quella contemporanea, ricorda il cinema: rende materia viva le memorie sulla vita concentrazionaria e la restituisce al lettore, divenuto spettatore di un film senza censure. Nella sua prosa non ci sono, nelle parole di Elena Mikhailik, “metafore, allegorie, doppi sensi, ambiguità di nessun tipo”: la nuova prosa non dimentica la vecchia prosa della letteratura classica russa, anzi, crea correlazioni, in un gioco di specchi che caratterizza spesso I racconti di Kolyma.

Nel secondo racconto, Sulla parola (Na predstavku), l’incipit “Da Naumov, il conducente di cavalli, si giocava a carte” (3) è un chiaro rimando a Puškin e, in particolare, a La donna di picche (Pikovaja dama): “Un giorno si giocava a carte da Narumov, della guardia a cavallo” (4). Un altro scrittore classico russo viene apprezzato e richiamato frequentemente da Šalamov. Egli apprezzava la genialità di Fëdor Michajlovič Dostoevskij e riteneva che la sua missione, ovvero la letteratura tesa al servizio della realtà, fosse stata la stessa dello scrittore ottocentesco.

Per quanto concerne invece il punto di vista morale di Šalamov, parte del suo credo poetico può essere riassunto da un suo enunciato: “Il mondo concentrazionario sovietico aveva distrutto il principio stesso di umanità” (5). La morale che pervade soprattutto I racconti di Kolyma è un insieme di saldi valori e principi che non accettano compromessi. Celebre fu lo scontro di opinioni tra Šalamov e il più conosciuto Solženicyn. I due scrittori erano sì entrambi esponenti della lagernaja literatura, ma possedevano due punti di vista completamente diversi. Solženicyn, secondo Šalamov, perpetuava un positivismo di matrice ottocentesca, ceìhe mal si accordava con il suo punto di vista: nell’inferno concentrazionario, Šalamov non vedeva altro che l’abnegazione dell’umanità. Celebre fu il rimprovero, da parte dello scrittore di Vologda, di aver descritto un gatto che si aggirava indisturbato nell’infermeria del lager in Una giornata di Ivan Denisovič. Questa scena mai avrebbe potuto verificarsi nella regione della Kolyma, dove la fame dei detenuti era costante e perennemente insoddisfatta dalle scarse razioni alimentari.

 

Detenuti ai lavori forzati in un GULag sovietico

 

Al di là di una considerazione strettamente personale, è quanto mai probabile che sul giudizio di Šalamov avessero influito i lunghi diciassette anni trascorsi alla Kolyma. Il complesso di campi da lui rievocato nel minimo dettaglio venne spesso denominato “crematorio bianco”. In quel luogo ostile, così simile a un girone infernale dantesco, i detenuti lavoravano quotidianamente nelle miniere, principalmente d’oro. Il clima, molto rigido, raggiungeva temperature minime di cinquantacinque gradi sotto lo zero durante il lungo inverno kolymiano, che durante l’estate si aggiravano intorno ai quaranta gradi.

Oltre all’incredibile resistenza fisica, ci si può domandare come un uomo abbia potuto sopravvivere a diciassette anni di prigionia, di vera e propria schiavitù, e come abbia potuto conservare ricordi così lucidi e dettagliati. Ricordi che, successivamente, non sono rimasti sepolti in un angolo della sua memoria, ma sono riemersi da un tunnel di tenebre per riemergere alla luce e divenire lumi di conoscenza -e coscienza- affidati nelle mani dei contemporanei e dei postumi. Lo stile finemente poetico, realista ed impeccabile di Šalamov, nonché il suo impegno rivolto a testimoniare senza sconti una delle tragedie più terribili del secolo scorso, costituiscono un lascito estremamente prezioso e un monito eterno.

 

Note

1. AA.VV., a cura di Natascia Mattucci, Ricordare il Gulag Immagini e immaginazione, eum edizioni università di macerata, Macerata 2015, p.38.
2.
Varlam Šalamov, I racconti di Kolyma, Einaudi, Torino 1999, p. VII.
3. ibid.
4. Aleksandr Sergeevič Puškin, Romanzi e racconti, Arnoldo Mondadori, Milano 1963, p.7.
5. Aleksandr Solženicyn, Una giornata di Ivan Denisovič, Einaudi, Torino 2017, p.XXV.

Questo articolo è una rielaborazione delle pagine 9-82-83-86-87-101-102-103-104 della tesi di laurea magistrale Il lavoro forzato nel sistema concentrazionario sovietico: caratteristiche e finalità(Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano, 2019).

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