Faruk Šehić ed Elvira Mujčić: hai mai guardato la Bosnia con gli occhi di una donna?

19/01/2021Sara Latorre

Faruk Šehić ed Elvira Mujčić parlano del mondo in cui vivono.

Elvira Mujčić è nata a Loznica, in Serbia, nel 1980, ma fino all’inizio della guerra del 1992 ha vissuto a Srebrenica. Questo fatto apparentemente insignificante condizionerà fortemente la sua vita e quella dei suoi cari, motivo centrale del romanzo Dieci prugne ai fascisti (pubblicato in Italia da Elliot Edizioni nel 2016, N.d.T.), che ho editato per la collana Nulta Stvarnost della casa editrice Buybook. Il libro è stato tradotto in bosniaco da Jasenka Kratović, la grafica è di Aleksandra Nina Knežević.

La ragione della chiacchierata con Elvira Mujčić è duplice: la prima è che per la prima volta un suo libro è stato pubblicato in bosniaco e presentato al festival Bookstan di quest’autunno; la seconda, che Elvira è la traduttrice italiana di due dei miei libri. Il mio editore milanese, Mimesis, ha assunto Elvira per tradurre Il mio fiume (Mimesis Edizioni, 2017), dopodiché ci siamo conosciuti.

Il mio ultimo libro tradotto da lei, Racconti a orologeria (Mimesis Edizioni, 2020), è uscito in Italia nello stesso periodo in cui il suo è uscito per Buybook. Perciò il nostro dialogo qui è un dialogo tra due scrittori, una traduttrice e un editore.

 

Faruk Šehić, foto di Jasmin Agovic

 

Elvira: In ogni racconto c’è un momento in cui emerge il tuo volto. Chi ha letto Il mio fiume o Under pressure (inedito in Italia, N.d.T.) riesce a riconoscerti. Quanto c’è di te in tutti i tuoi racconti?

Faruk: Tutto ciò che scriviamo siamo noi, ma anche non-noi. È quell’eterna divisione tra quanto c’è di autobiografico in un’opera e quanto no. La tua domanda si collega più a una sorta di timbro dell’autore, a una sensibilità. Dato che ci conosciamo personalmente, tu riesci a sentire la mia voce e a vedere il mio volto…

Elvira: In questo libro sono ancora più forti il tuo timbro e la ricerca di tutti i tuoi ruoli, perché non sei uno scrittore che mette se stesso nel ruolo dell’eroe buono. Tu parli di guerra da soldato, non da civile, e in qualche modo saresti potuto essere un soldato in qualsiasi esercito di qualsiasi popolo. Non ti risparmi, e uno dei racconti che mi hanno colpito di più è l’ultimo del libro…

Faruk: È uno di quelli a cui sono più affezionato. È un racconto autobiografico e di finzione allo stesso tempo. Stavo andando in bicicletta vicino alla Miljacka, a Stup, fuori da Sarajevo, lungo il fiume. Lì il fiume è sporco, purtroppo, è pieno di rifiuti solidi, scarichi. L’acqua è nera. E così sono entrato in una proprietà privata. Ho superato una casa che era tutta fori di proiettili e schegge, lì c’era la linea di confine, ci sono state grandi battaglie. Quella casa mi ha ricordato le case dei ferrovieri che si costruiscono vicino ai binari, l’ho associata a una casa di ferrovieri che chiamavamo vegtarnica, dove ho passato il Capodanno del 1992 mentre stavo di guardia. Sono entrato in quella proprietà e ho incontrato un uomo grande e grosso. Era un uomo strano, parlava in modo strano, portava un camice, era una situazione molto sgradevole, non mi lasciava passare. E sempre in quella parte di Stup ho avuto altre esperienze abbastanza negative, mi ha attaccato un cane, quella parte è buia, è tutto molto fuori posto, in un certo senso. Quell’uomo mi ha ricordato i Cajun del film I guerrieri della palude silenziosa di Walter Hill, una storia che è la metafora della Bosnia. Quel racconto è una metafora della Bosnia. Il personaggio non è un criminale di guerra, ma è oscuro, non ha neanche un’ideologia, volevo addentrarmi in un’oscurità primordiale. A prescindere dalla guerra, dalla nazione. La sua nazionalità non è affatto importante, anche se lui la usa per definirsi nel racconto – non si identifica con nessuna politica, dice che ha comprato la casa da un serbo. Questo racconto siamo tutti noi, una Bosnia terribile, oltre alle belle storie sui bosniaci che sono brave persone, che bevono caffè come in una cartolina. Volevo scrivere una storia dal sottosuolo. Alla fine il narratore parla dal punto di vista del suolo.

Elvira: Sì, sì, finisce così: lui è il suolo…

Faruk: Dice: “Attraverso di me scorrono i fiumi, Miljacka”. Lui è la Bosnia, questo personaggio è la Bosnia. Il narratore è qualcuno attraverso il quale scorrono vene d’oro. Volevo dire che noi non siamo né buoni né cattivi, ma che siamo tutto. Ci sono alcuni esseri che lo attaccano, ha delle paranoie…

Elvira: Quelle luci…

Faruk: Le luci che filtrano dai fori delle schegge. I racconti del libro ai quali sono più affezionato sono quelli in cui c’è una transizione verso il fantastico…

Elvira: Ma quasi tutti i tuoi racconti a un certo punto virano verso il fantastico. Questi sono forse meno poetici, più crudi, ma in ognuno c’è un’immagine poetica che tende alla fantasia o alla poesia. Anche in questo racconto, quando il protagonista parla della luce, in qualche modo passa alla poesia, anche se è terribile. Anche se non capisci cosa succede quando trova il guanto…

Faruk: Ha ucciso un ciclista…Il cane ha dissotterrato il guanto e gliel’ha riportato. In realtà io sono passato oltre, ma nel racconto mi ha ucciso (ride).

Elvira: Quello che sente, dice che si sente qualcosa di notte, dei gemiti…Come se qualcuno stesse soffrendo…Si percepisce tutto, ma niente è troppo chiaro.

Faruk: Lui tiene delle persone rinchiuse, le tormenta…È un personaggio simile a quelli degli horror americani, di provincia, che tengono la gente negli scantinati e la terrorizzano. Un racconto breve deve mantenere una sorta di segretezza. Un romanzo può essere esplicito, come il tuo romanzo, in cui certi passaggi sono del tutto chiari, trasparenti. Alcune tue descrizioni sono poetiche, mentre nei dialoghi hai una prosa estremamente concreta. Il romanzo ha la possibilità di usare più registri, mentre il racconto è una forma più breve. Come dice Danilo Kiš: “Il racconto è un romanzo in palmo di mano”. E tu in Dieci prugne ai fascisti mantieni quella segretezza per quanto riguarda il tema, perché non vuoi esplicitare il tema, Srebrenica, il genocidio, l’attesa dei morti che sono ancora dispersi. Non sei troppo esplicita perché vuoi essere sottile, ma anche questo ha un sua forza. In un passaggio parli letteralmente dei dispersi, di come mai nessuno sia morto di morte naturale, che la nonna sarà la prima persona a essere sepolta perché il suo corpo è qua. In questo modo parli di tutti quelli i cui corpi non sono stati ritrovati, o sono stati ritrovati in tre fosse comuni. Noi come scrittori abbiamo la sfortuna che alcune nostre intenzioni non vengono colte dai critici proprio per niente. Una volta ad Andrić hanno chiesto se fosse soddisfatto delle ricezione letteraria dei suoi libri, e lui ha risposto di no. Tu come scrittrice hai capito quel racconto, cosa che mi fa piacere perché adesso so che la mia intenzione è evidente. Per me il racconto “L’oscuro chiacchiericcio del venditore della luce” è più significativo di molti del libro che sono stati elogiati. Nel tuo romanzo c’è un personaggio secondario, il pugile fallito, che incontrate alla stazione degli autobus di Trieste. Mi ricorda i personaggi dei racconti di Cortázar, che sono bizzarri e fantastici. È una comparsa interessante, ma anche un personaggio fondamentale…

Elvira: Il mio è un romanzo di viaggio…

Faruk: Io la vedo proprio come in un film, la scena in cui uscite di casa e aspettate l’auto, la polvere nell’aria…O la scena in cui ascoltano la cassetta. È una scena da film. Quando ho letto il tuo libro ci ho visto un film. Ha il potenziale per la rappresentazione drammatica.

Elvira: In Italia è stato adattato per il teatro, a Bologna, ma a causa della pandemia si è bloccato tutto. In Italia un libro diventa popolare se passa a un altro media. Anche altri miei libri sono stati rappresentati a teatro. Ho lavorato anche a qualche sceneggiatura, insieme a un altro scrittore.  Non sono una persona che scrive facilmente. Mi serve tempo per scrivere. Poi tolgo il superfluo dal testo. Non mi piacciono i libri lunghi perché non c’è rispetto per il lettore, perché ci sono così tante cose inutili nei libri, ma capisco chi scrive libri lunghi. Sono cresciuta leggendo gli esistenzialisti: Sartre, Camus, poi Calvino…C’è un suo epistolario, di quando lavorava per l’editore Einaudi: lui rispondeva a tutti gli autori sconosciuti e dava loro un parere sui libri, ora quelle lettere vengono studiate. Sono vere e proprie lezioni di letteratura, il libro si chiama I libri degli altri, spesso quando scrivo ne leggo degli estratti.

Faruk: Le Cosmicomiche è il mio preferito tra i suoi libri. In un racconto sulla creazione dell’universo secondo la teoria del Big Bang, Calvino nomina anche dei profughi, ma tutto accade in un punto infinitamente piccolo e infinitamente denso dello spaziotempo. E dice che lì è tutto ristretto e accatastato, nomina l’arredamento. Quanto è attuale rispetto alla nostra guerra, dato che noi siamo stati entrambi profughi, e rispetto alle persone che si spostano adesso? La grande letteratura è senza tempo.

Elvira: Tutta l’assurdità che c’è intorno a noi per me è sempre legata alla burocrazia. Forse per questo quando sei straniero, quando vivi a lungo in un Paese straniero, la burocrazia per te diventa molto importante. Nell’ultimo libro sui migranti che ho scritto, ciò che mi ha toccato è la storia di un migrante che mi ha detto che quando è partito dal Gambia è dovuto andare dai venditori di storie, i quali vendono storie che funzionano bene in Europa. Io vengo da te, tu mi dici: “Guarda, io sono stato in Europa, so come vanno le cose, devi dirgli che sei un nigeriano gay e che ti hanno cacciato”. Il venditore di storie ti costruisce una storia, tu la compri e vai in Europa con la tua storia pazzesca. Nel libro ci sono io, Elvira, come Elvira, e noi camminiamo per Roma; quel migrante è venuto da me per chiedermi di insegnargli a diventare un bravo immigrato. Il nostro dialogo si basa sul mio tentativo di scoprire quale sia la sua vera storia. Lui ha comprato la sua storia inventata e l’ha raccontata davanti alla commissione che decide a chi dare il permesso di soggiorno. Le persone partono dal Gambia e arrivano in Italia dopo cinque anni. Quando si scopre che una storia è passata, tutti la usano. Ma molti di loro hanno una storia peggiore e più efficace di quella inventata. La storia del mio protagonista è che suo cugino l’ha cacciato, ma non è importante, perché tu hai l’impressione che abbia una storia terrificante che non rivelerà. Il mio libro ha inizio dalla storia falsa che io usavo quando siamo arrivati dalla Jugoslavia disgregata in guerra. Io sono nata in Serbia, ma non sapevo come spiegare loro che ero bosniaca, e così ho scritto nei documenti che sono nata a Loznica, in Bosnia ed Erzegovina. Ho preso una città serba e l’ho spostata in Bosnia, nei miei documenti ho ancora che sono nata a Loznica in Bosnia ed Erzegovina (ride). Continuo a mentire, nei documenti. Da questa mia storia falsa passiamo alla sua storia falsa. Per questo ho iniziato a scrivere il libro. Come la storia di quel pugile che ha i documenti jugoslavi, ma la Jugoslavia non esiste più, lui aspetta qualcuno che gli porti i documenti nuovi. Quanto ho aspettato queste cose quando ero una profuga. Il tempo da profughi non passa, è bloccato.

Faruk: Le persone che si spostano e dalla Bosnia vogliono entrare nell’UE chiamano quel percorso game. Mi suona come il titolo di una storia distopica, la bozza di un romanzo. Sono i giocatori di qualcosa che è tutto tranne che un gioco.

Elvira: C’è questa idea di Fortezza Europa…uno spazio chiuso in cui tanti vorrebbero entrare.

Faruk: Avevo una maglietta con quella scritta, me l’aveva data Bekim Sejranović. Quando abbiamo parlato durante la promozione, a Bookstan, non ho voluto che svelassimo il contenuto del libro, abbiamo parlato dei dispersi e dei morti, ma non della trama del libro. La tragedia più grande, più grande della morte, è che le persone non possano essere sepolte. Dopo la Prima guerra mondiale la sofferenza per i morti era così forte che si aspettava il loro ritorno, perché è dura essere consapevoli di una perdita del genere. Molti scrittori hanno scritto del trauma della Prima guerra mondiale: Ungaretti, Quasimodo, i poeti inglesi in trincea. Nel tuo libro c’è questo momento di sospensione, quello in cui i tuoi protagonisti bevono il caffè, quell’attesa terribile.

Elvira: È un libro sui dispersi, ma ancora di più sui vivi che non sanno come affrontare la situazione. Come parlarne. Non sapevi che parole usare quando qualcuno ti chiedeva dove fosse tuo padre. Mia mamma non sapeva cosa scrivere – sposata o vedova. Non ha mai segnato “vedova”. Qualcuno ti chiede dov’è tuo padre, tu non puoi dire che è morto. Certe cose sono insopportabili, e per loro non ci sono parole. Non c’è una parola per una madre a cui è morto il figlio. C’è vedova, ma quella no. Si tratta di come possano convivere, questi vivi, con qualcosa che non si può nemmeno descrivere perché non esistono parole per farlo. Ma dall’altro lato c’è un grande desiderio di vita.

Elvira: Che cosa provi quando un tuo libro esce in traduzione?

Faruk: Per me la traduzione significa avere la possibilità di accedere a un altro Paese, conoscere nuovi lettori, quel libro adesso è un altro libro. Mi ricordo quando il mio libro è uscito in francese, il mio editore, il famoso scrittore francese Patrick Deville, nel leggendario bistrot parigino Le Select mi disse: “Quando scrivi, devi essere consapevole che le persone ti leggeranno anche in altre lingue.” L’esperienza della traduzione di un libro arricchisce l’autore, almeno me come autore.

Elvira: Spesso i festival a cui partecipo in Italia sono terribilmente noiosi, poiché li dominano maschi bianchi vecchi e noiosi. Una donna giovane, magari nera, è un grande problema. In Italia cerco di fare in modo che si traducano voci femminili dalla Bosnia, dalla Serbia, dalla Croazia, ma è davvero difficile. Una volta ho chiesto a un editore: “Hai mai guardato la Bosnia con gli occhi di una donna?”

 

Elvira Mujčić, foto di Jasmin Agovic

 

Questo articolo è una traduzione del pezzo pubblicato su Kosovo 2.0 il 24 dicembre 2020.

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