Mi trasformo: Ol’ga Sedakova e l’eredità dell’infanzia

14/12/2020Sara Treviglio

La letteratura russa per l’infanzia è riuscita a raggiungere un’ampia diffusione in Italia, in particolare dalla seconda metà del Novecento, dopo la morte di Stalin. In questo periodo arrivarono a noi opere di autori che fino a poco tempo prima non poterono essere pubblicati in patria. I tre grassoni dello scrittore Jurij Oleša, ad esempio, venne pubblicato in Italia nel 1969 rispettivamente dalle case editrici Einaudi e Il Saggiatore, ma era stato scritto decenni prima, negli anni Venti. In questa comunione di battiti di cuori tornati alla vita si è aggiunta anche un’altra opera, pubblicata a novembre 2020 dalla casa editrice Caissa Italia, tradotta dal traduttore e docente universitario Alessandro Niero, illustrata da Marcello Carriero e curata da Tatiana Pepe. Si tratta della lirica Mi trasformo di Ol’ga Sedakova, poetessa russa le cui raccolte poetiche vennero fatte circolare in samizdat e recentemente vincitrice del premio LericiPea 2020 alla carriera.

Già in tenera età il seme della poesia si era innestato nel cuore di Sedakova. Il suo non era un semplice gioco di assonanze, ma una volontà già estremamente forte che voleva trasformare in memoria tutti i paesaggi che si impigliano nel suo sguardo. Sfortunatamente per la giovane poetessa, quelli erano gli anni del regime comunista. I tentativi di pubblicare le costeranno molto caro. All’età di vent’anni verrà internata in manicomio per cinque mesi e, se dal gulag potevano esserci speranze di tornare, dall’ospedale psichiatrico non si tornava quasi mai. La sua colpa è quella di aver composto poesie “troppo spirituali” e non alla portata di tutti. In manicomio tentano di curarla con shock di insulina, che rischiano di arrecarle danni cerebrali permanenti. Sedakova rifiuta di diventare un poeta del regime e le sue opere iniziano a circolare in samizdat grazie ai lettori che le trascrivono o le imparano a memoria. Non rinuncia nemmeno alla sua fede cristiana, causa del suo internamento in manicomio, ma al tempo stesso unico motivo che le impedisce di impazzire.

Dalla diffusione clandestina Sedakova passerà presto a essere pubblicata in Europa, in particolare Francia e Inghilterra, senza che faccia nulla per arrivare al pubblico europeo. Sono le sue stesse poesie, così spiritualmente dirompenti, a farsi strada tra i lettori, fino a raggiungere l’Occidente. Verrà pubblicata per la prima volta in patria nel 1989.

La fedeltà a se stessa le permette di sopravvivere e di approdare alla libertà con una lirica che sembra composta coi fumi di un incenso sacro, in cui episodi biblici diventano esperienze umane, lontane dalla solennità religiosa, ma che appartengono a noi tutti. Non c’è didattica nelle sue opere, c’è solo la riflessione di chi osserva il mondo nella sua fragilità, riuscendo però a intuire la bellezza della volontà divina.

In Porte, finestre, archi, una delle prime raccolte pubblicata in Francia, notiamo questo stretto legame con uno “spazio altro”, quello di Dio, del principio da cui tutti arriviamo e la cui mancanza ci provoca tormento. Sedakova racconta attraverso il canto di David a Re Saul l’agonia dell’anima che non vede l’ora di riunirsi al tutto e che è impaziente di lasciare l’imperfezione dell’uomo:


Sì, mio signore, e per l’anima un’anima
non è medico né custode sapiente.
(Le mie corde, le senti, dal suono fluente?)
Non è sorella, né madre, ma un casolare nel niente
ed il lungo filare invernale.

Tempo d’inverno, non si vedono luci,
fa buio e nulla di che consolarsi.
La tua anima piange la moltitudine dei giorni,
il frusciare dei mari ed il proprio segreto.
Ce ne sono molte migliori, ma la tua pur la mia
accompagni in questa sera.

E l’uomo, perché averne cura? –
nido di devastazione e lamento.
Perché l’intrecciano gli uccelli del cielo?
Ho veduto come s’attorce fuscello al fuscello.
E lo sai, o re, è lavoro, non medicamento,
per l’anima l’anima, e si stende fin qua,
come fanno gli uomini guerra, e al telaio le donne
dai tempi di Gedeone filano il vello.

Oh, quale tristezza, oh, quale tristezza,
oh quale infinita tristezza!
Tu vedi la mia incorrisposta distanza,
dov’io, come morto, mi giaccio disteso,
ed è a malapena chi mi conosca e si dolga
ch’io a me medesimo preferisca tristezza,
ch’io muoia già nel principio.

E come io amo questa mia rovina,
insania della mia cantilena!
Come il prigioniero, preso in presta battaglia,
da una terra a lui strana riconta
le note stelle – così io riconosco
il quadro della costellazione, la mia propria rovina,
il cui nome è benedizione.

Tu sai, noi la morte, la morte aneliamo,
signore, noi tutti. Meglio di tanti
altri sento: invisibile e invincibile
è questo vento di dentro. Noi tutto daremo
per questa pianura, dove ancora nessuno
è mai giunto: e giunti a vecchiezza
chiediamo di lei, come lattanti.

Tu hai visto come succede, allora
che il bimbo, senza ancora parola,
si alzi di notte, e guardi là dove
non guarda nessuno, e non senza traccia
vagando e piangendo. Quale stella
lo chiama? Quale flauto lo incanta
di quali incantatori? –

L’eterno sì
d’uno spazio tale che allora, mio re,
non sarà ormai più nulla: né vergogna o condanna,
e nemmeno pietà: di là fino a qua
traemmo ogni cosa ed entrammo. E l’acqua
ci porta, e infonde, e per dove lei sa…
Non più né segreti né uccelli del cielo.

(traduzione di Adalberto Mainardi)

 

 

 

È però nella lirica Mi trasformo, dedicata alla nipotina Daša, che Sedakova ci svela il vero potenziale della poesia. In questo piccolo gioiello della letteratura per l’infanzia vediamo una bambina che, per gestire il complesso rapporto coi genitori, si affida al potere creativo dell’immaginazione. Attraverso i versi le parole si fanno verbo e permettono alla piccola di alterare la realtà e “trasformarsi” in qualsiasi cosa lei desideri. Ai bambini è ancora noto ciò che noi abbiamo dimenticato da tempo. L’immaginazione non è un’attitudine mentale frivola in cui ci rifugiamo per noia o paura della realtà, ma il principio che permette alle nostre abilità di concretizzarsi. Senza lo slancio creativo non siamo in grado di trovare soluzioni e misurarci. Così la piccola protagonista si trasforma in un orso mentre a tavola i grandi parlottano e la ignorano, tentando così di porre rimedio alla superficialità dei genitori. In seguito, si trasforma in un maialino quando il padre la rimprovera (con modalità decisamente discutibili) per il disordine in camera. Solo un maialino può vivere in un tale disordine, così la bambina si trasforma proprio in quell’animale, facendo fuggire il padre inorridito e dimostrando anche un certo senso dell’umorismo.

Le trasformazioni non avvengono solo per gestire il rapporto con i genitori, ma anche per esprimere alla nonna l’amore che prova per lei. Quando la nonna le dice di amare i canarini, la piccola si sveglia presto solo per potersi tramutare in canarino e farle una sorpresa. Attraverso questo piccolo episodio notiamo un’infinità di piccoli dettagli che ci rivelano la profondità di questo rapporto. La bambina si sente visceralmente attaccata alla nonna, tanto da non poter sopportare l’idea di vivere senza lei. La nonna però pronuncia una frase che, se in apparenza sembra semplicemente un tentativo di consolare la nipote, nasconde in realtà un enorme significato simbolico: pianterai la fragola selvatica sulla mia tomba. Sembra quasi una contraddizione. Eppure, in questo gesto si nasconde il desiderio di continuità e la speranza che la morte dia nutrimento a un’altra vita (le fragole che crescono sulla tomba). È un’affermazione che sigilla un patto fra lei e la nipote a mandare avanti un’eredità fatta di candore, di cura per l’altro e amore. Dal rapporto con la nonna la piccola trae il suo potere creativo e, presto, questo potere creativo porterà frutti non solo a lei, ma a tutti quelli che le stanno attorno. La vita non si ferma e i rapporti non si spezzano. Se sono composti da terreno fertile, ci indurranno a donare e a seminare nuovi legami.

Infine, l’ultima metamorfosi della protagonista avviene quando per strada si imbatte in un cucciolo di cane. Durante la passeggiata la tata le rammenta che i genitori non le lasceranno tenere il cagnolino, ma la bambina lo porta ugualmente con sé. Arrivate a casa i genitori si accorgeranno del cane e assalteranno subito la figlia con minacce e lunghe paternali, senza neanche prendere una pausa tra un respiro e l’altro. Vi siete mai chiesti quanto grandi a un bambino devono apparire certe frasi che a noi adulti sembrano insignificanti? Quanta mortificazione c’è per un bambino in una frase “innocua” come “Non sei nemmeno in grado di annaffiare le piante? Solo un maiale vivrebbe in una stanza del genere?” A noi sembrano frasi da poco, ma per chi sta crescendo e che non ha una personalità ancora consolidata certe affermazioni sono emotivamente devastanti. I bambini ci possono sembrare esagerati, drammatici, ma questo avviene perché hanno bisogno di certezze che noi adulti dovremmo procurare loro. Non hanno altri modi di trasmettere il disagio e il malessere a parte piangere e sbattere i piedi per terra e sarebbe nostro compito ascoltarli e dare loro un’alternativa comunicativa.

Questo non avviene nell’episodio finale di questa lirica. Di fronte allo starnazzare dei genitori, la piccola prova una frustrazione tale da trasformarsi in una nuvola e a fare esplodere piogge e saette sopra i genitori e alla tata. È a quel punto che gli adulti realizzano che per tutto quel tempo era loro figlia ad essersi trasformata di volta in volta in un animale. Invece di passarsi una mano sulla coscienza, sgridano la piccola intimandole di non farlo più. A tal punto scossa, la protagonista decide di abbandonare per un po’ le sue trasformazioni. Ma questa scelta le costerà cara, perché purtroppo disimparerà e non si trasformerà più.

Il finale di questa storia è amaro. Anche se l’opera risulta piena di ritmo e vivacità, c’è qualcosa che stride. I genitori sono rimasti sordi ai bisogni della figlia e la piccola, per accontentare gli adulti, rinuncia al suo dono. Questa è una storia reale e piuttosto comune. Quanti bambini perdono se stessi nella fase di crescita? Quanti genitori vedono nelle aspirazioni personali dei bambini e nei loro talenti invece che una risorsa un problema? Nel tentativo di creare un prototipo perfetto di essere umano funzionale alla società, priviamo le persone della propria anima.

Lo scopo di Ol’ga Sedakova, però, non è quello di abbatterci. Tutt’altro. Mettendoci di fronte a questa evidenza ci vuole incoraggiare a recuperare la nostra eredità d’infanzia e a coltivarla una goccia alla volta. Dalla tomba prendono vita le fragole selvatiche. Nulla è mai morto definitivamente dentro noi, si può sempre tornare indietro e riavere ciò che ci hanno portato via. È in questo messaggio che risiede la potenza di questa lirica. “Mi trasformo” è il nome scelto per un’opera che vuole incoraggiarci ad abbandonare la condizione di stagnazione in cui ci troviamo in certe fasi della vita. È un imperativo a cui dobbiamo ubbidire se non vogliamo alimentare una catena di incomprensione e aridità.

Questa è un’opera che dobbiamo avere nelle nostre case e che dobbiamo leggere più volte ai nostri bambini. Deve rimanere in una mensola in bella vista, affinché i più piccoli possano sfogliarla quando vogliono. Deve far loro da riferimento e deve ricordare a noi che arriva un momento in cui ci dobbiamo fermare e dobbiamo fare il resoconto della nostra esistenza. A volte non siamo in grado da soli di intraprendere un passo verso l’ignoto e lasciare una sofferenza comoda e conosciuta. Così, come Ol’ga Sedakova scrive nel suo componimento Leggenda decima, Giacobbe, presente nella raccolta Rosa canina:


[…]

Lui dormiva e dormiva, e in mano aveva
un pezzo morso appena di lande
che risuonavano in lontananza,
e di tenebra che fuggiva verso est.
Altri vivevano come un torrente.
Lui invece non poteva mandar giù
un boccone di notizie, e dormiva così,
dormiva scomparendo, nella sabbia,
dormiva sparso come sabbia,
e Dio,
che non poteva attendere,
ormai stremato cadde in lui,
rapito da un sonno improvviso.

(traduzione di Riccardo D’Alessandro)

 

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