Bielorussia e brutalità della polizia: la testimonianza di Kristina

08/12/2020Giorgia Maurovich

Il seguente articolo è la traduzione di questo pezzo di Andreas Gustavsson apparso su ETC. La notizia, ci ha confermato Associazione Bielorussi in Italia – Supolka, è vera ed è comparsa su tutti gli organi di informazione indipendenti bielorussi, non ultimo il ramo italiano di Žyvie Belarus.

Non siamo soliti tradurre o riportare notizie di attualità, e consigliamo sempre di seguire organi più competenti come East Journal, OBC Transeuropa o Osservatorio Russia. Tuttavia, le proteste in Bielorussia stanno continuando e la crescente brutalità delle squadre OMON e delle repressioni ordinate da Lukašėnka diventa sempre più grave. Sulla pagina di Supolka Italia potete trovare aggiornamenti in italiano su quanto sta accadendo giorno dopo giorno. 

 


Mi ha chiesto Kristina di scrivere questo testo. È la sua testimonianza, la storia di quello a cui è stata sottoposta in carcere a Minsk, Bielorussia, dopo essere stata portata in cella da tre agenti della squadra antisommossa OMON del dittatore Aljaksandr Lukašėnka.
Mi racconta di com’è stata stuprata. I dettagli sono così pesanti, così surreali, così malati che le devo chiedere di vedere i suoi referti medici. Può davvero una cosa simile essere vera? Me li invia e li faccio tradurre. Non ci sono eufemismi.

È effettivamente tutto vero.

Un ginecologo, specializzato nella ricostruzione di genitali rovinati, mi dice che il tipo di lesioni riportate da Kristina si riscontrano solitamente in donne provenienti da zone di conflitto dove la violenza a sfondo sessuale è utilizzata per terrorizzare i civili, come la Repubblica Democratica del Congo. Kristina necessiterà di interventi chirurgici avanzati, seguiti da un lungo periodo di riabilitazione. Non riesce più a controllare l’intestino, tutto continua a uscirle fuori. Non sa se riuscirà mai ad avere figli. In bocca le restano solo cinque denti.

Questo è ciò che le ha fatto la polizia antisommossa di Lukašėnka.

Kristina vuole raccontare al mondo quello che le è successo, dice. Spera che possa essere un’opportunità per smuovere l’opinione pubblica dall’inazione che ha seguito le abituali condanne e sanzioni della comunità internazionale. Vuole raccontare la sua storia, anche se significa dover rivivere tutto daccapo, cosa che le accade comunque sia quando è sveglia che quando cerca a fatica di dormire. Rivede il tavolo logoro su cui l’hanno messa. Prima distesa sulla pancia, poi supina. Riesce anche a vedere i loro sguardi assenti dietro i passamontagna neri.

“Sembrava che stessero semplicemente aspettando un autobus”, dice.

Kristina è una delle numerose persone che hanno fatto sentire le loro voci contro i tentativi di Lukašėnka di truccare le recenti elezioni presidenziali in Bielorussia. Non ci ha pensato due volte prima di unirsi alle proteste, e non si è fermata neanche quando era ormai chiaro che sia la polizia antisommossa che l’esercito avevano ricevuto l’ordine di reprimere l’insurrezione pacifica con ogni mezzo possibile. Sapeva che sarebbe potuta finire nei guai, ma non ha avuto un attimo di esitazione. “Immaginavo ci sarebbe stato il rischio di venire aggredita”, dice Kristina, costretta a parlare lentamente per farsi capire.

Dopotutto, la voce di una persona cambia dopo che venticinque dei suoi denti sono stati frantumati da un manganello fracassato in bocca, ripetutamente, a tutta forza.

È stata arrestata, rinchiusa con due delle sue amiche in uno dei furgoni blindati della OMON. C’erano già altre persone imprigionate) lì dentro. È stata schiaffeggiata, altri sono stati presi a calci. Più o meno quello che si sarebbe aspettata. Kristina aveva paura, ma si sentiva più sicura sapendo di non essere sola, che c’erano altri manifestanti intorno a lei che sentivano e vedevano quello che stava accadendo.

Al massimo, le era sembrata un’operazione di routine. Un modo per dar loro una lezione. Qualche ora di violenze, poi sarebbero tornati in strada, a fasciarsi l’un l’altro le ferite e ad aspettare che i lividi guarissero prima di tornare a protestare la settimana successiva. Ma non è quello che è successo. Le sue amiche se la sono cavata con poco rispetto a Kristina, nel senso che sono state in grado di uscirne intere. Kristina è svenuta fuori dal carcere, con un’emorragia interna e un dolore così forti che dice di non aver mai vissuto nulla del genere.

Perché avevano preso di mira proprio lei?

Kristina non lo sa. Non è tra gli organizzatori delle proteste, non è attiva in alcun gruppo politico, è soltanto una persona qualunque. Ma forse è proprio per questo, dice. Perché se questo può succedere a chiunque, significa che tutti devono prendere in considerazione questo rischio.

Kristina è convinta che i militari stessero seguendo uno schema. “Erano assolutamente calmi quando sono venuti a prendermi nel corridoio, mi hanno lasciata scambiare qualche parola con le mie amiche. Mi hanno solo tenuto piano il braccio quando mi hanno portata in cella. Erano silenziosi, ma non aggressivi. Credevo mi stessero portando là per farmi qualche domanda di routine”. Si ricorda che la cella – o la stanza degli interrogatori – era di circa cinque metri per cinque, c’erano luci fluorescenti sul soffitto. Non c’erano finestre.

Nel momento in cui la porta si è chiusa hanno iniziato con lo stupro metodico.

Ano, vagina, bocca. Hanno usato i manganelli. All’inizio credeva che l’avrebbero colpita sulla schiena, forse sui piedi. Ma invece le hanno abbassato i pantaloni. Ha urlato e implorato pietà. Ha detto loro dove era nata, cosa aveva studiato all’università, per quale squadra tifasse – tutto quello che le veniva in mente per trovare un punto d’incontro con uno degli uomini. Loro continuavano, senza dire nulla, senza neanche parlare tra loro. “Credevo che sarei morta. Mi sembrava che le cose che mi stavano facendo mi avrebbero uccisa, nessuno può sopravvivere a una cosa del genere. Erano macchine, non persone.” Continuava a perdere conoscenza, ma era sveglia quando gli agenti hanno finito il lavoro rompendole i denti. Li ha visti sul pavimento, piccole macchie di bianco in una pozza di sangue rosso. Kristina è stata trascinata fuori dal carcere. Ha provato a camminare, ma è svenuta. Dei cittadini l’hanno portata in un ospedale, dove ha avuto un intervento d’urgenza e delle trasfusioni. Alla fine i suoi genitori sono venuti a prenderla. Al momento è con loro, ancora allettata, intontita da forti antidolorifici.

Il vero nome di Kristina non è Kristina.

“Non riusciranno a identificarmi. Dubito di essere l’unica donna a essere stata stuprata dall’OMON o dalla polizia normale. Le persone che mi hanno attaccata avevano già fatto la stessa cosa”. Il racconto sembra plausibile. Human Rights Watch ha documentato la violenza sistematica e le torture, così come gli stupri, di cui sia uomini che donne hanno affermato di essere stati minacciati e a cui – in almeno un caso – sono stati sottoposti. “Posso dichiarare, con piena responsabilità, che non è stato accertato un singolo caso di stupro da parte degli agenti di polizia” , ha detto il Primo Viceministro dell’Interno bielorusso.

Ma Kristina sa la verità.

La vita che conosceva ora è rovinata.

Dice di voler fare tutto ciò che è in suo potere per contribuire alla caduta di Lukašėnka. Ama il suo Paese, ama la Bielorussia, e si definisce una patriota. Ma vuole scappare il più lontano possibile. Lontana da Lukašėnka, lontana da Minsk, lontana da quella cella. “Devo scappare dal Paese. Qui non ho accesso all’assistenza sanitaria di cui ho bisogno e temo che torneranno a prendermi”.Le chiedo come vuole concludere il suo messaggio al mondo.

“Aiutateci a liberarci di questo psicopatico che stupra il suo stesso popolo”.

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