La Musa in armi: storia di poetesse soldato, Julija Drunina e Ol’ga Berggol’c

02/11/2020Claudia Gioia e Sara Treviglio

 

“A me piacerebbe mostrare su esempio dei poeti della mia generazione come la vita entri nella poesia quando i poeti entrano nella vita. Il nostro destino può essere definito al contempo tragico e felice. Tragico perché nella nostra adolescenza, su anime ancora così indifese e vulnerabili è piombata la guerra, portando morte, sofferenza e distruzione. Felice perché, buttandoci a capofitto nella tragedia del popolo, la guerra ha reso civili anche le nostre poesie più intime. Siamo passati attraverso la scuola vera, quella del fronte..”

Julia Drunina

“Esattamente un anno fa venivo arrestata. La sensazione del carcere ora, dopo cinque mesi di libertà, si manifesta ancora più acuta rispetto ai primi tempi dopo il rilascio. […] Mi hanno strappato l’anima, ci hanno rovistato dentro con le loro dita puzzolenti, ci hanno sputato sopra, l’hanno insudiciata, poi l’hanno rimessa insieme e dicono: “Vivi””.

Olga Berggol’c

 

Due sono i modi di attraversare il sottile velo della vita: farlo come un essere d’argilla, un golem che animato dal soffio di un qualche dio è sopraffatto dal peso della vita, che lo consuma di una fame distruttiva. C’è poi l’altro modo, quello di Odino, che impiccò sé stesso all’Yggdrasill, albero della vita, per poter ottenere piena conoscenza del mondo. Chi ha scelto questa seconda via ha compreso che è impossibile fare esperienza della vita senza passare per il dolore e la morte. Attraverso il dolore si viene al mondo e in una doglia continua moriamo e rinasciamo infinite volte, conoscendo davvero noi stessi. Chi teme il dolore sceglie di non vivere, rimanendo però affamato di vita e la fame diventa a tal punto incontrollabile da far perdere la propria umanità.

Fu così forse che, spinti dalla necessità di salvaguardare l’anima umana, che saggi, maghi, guaritrici, profeti e sacerdoti, poi diventati bardi, cantastorie e menestrelli hanno inventato storie, e queste storie sono ora i canti dei poeti. La poesia ha sublimato l’esperienza del dolore umano in un unico atto collettivo, in cui tutti gli individui si uniscono in un rito di morte e rinascita. Attraverso lei tutti ci caliamo nell’abisso, poiché l’unico modo per elevarsi è precipitare nel caos più assoluto.

L’atto poetico si rivela così essere tutt’altro che semplice intrattenimento. È piuttosto una lotta in cui il poeta squarta il vissuto umano fino alla radice, rivelando quella vita fatata che si consuma a pelo tra l’osso e l’anima. Il poeta diventa una lama brillante che nel farci a pezzi espone al mondo le nostre vere sembianze. Getta l’anima su un tavolo gelido e quella strilla e piange come un neonato che è appena stato separato dalla madre. Umida, sanguinante, trema su un’asse d’argento freddo e guarda dritto negli occhi del poeta.

In poetesse come Ol’ga Berggol’c e Julija Drunina la poesia ha realizzato la sua forma più autentica. Entrambe hanno ricevuto il loro battesimo da una Musa armata, che le ha dondolate dentro lo scudo concedendo loro poco latte, per poi essere presto mandate in battaglia ancora bambine. I loro versi muovono i passi in scenari dai contorni sconvolti, nei quali l’equilibrio è venuto a mancare. In questo caos la poesia di Julija e Ol’ga è diventata profonda conoscenza del mondo. Qualsiasi tipo di poesia che non abbia in sé una vera conoscenza del mondo, ma che è invece un semplice esercizio stilistico, non può essere considerata vera poesia.

 

Julija Drunina

 

 

 

Come spiegare?…

Come spiegare al cieco,
Cieco come la notte, dalla nascita,

la furia dei colori in primavera,
dell’arcobaleno l’arcano?
Come spiegare al sordo
Dalla nascita, come la notte, al sordo,
la dolcezza del violoncello
o la minaccia del tuono?
Come spiegare al poveretto
Nato con cuore di pietra,
Il segreto del miracolo terrestre
Chiamato Amore?

Drunina ha solo sedici anni quando decide di partire per il fronte. Non è mossa da un semplice ideale patriottico. Il sentimento che la porta a intraprendere la battaglia sta in quell’ultimo verso: Come spiegare al poveretto/Nato con cuore di pietra,/Il segreto del miracolo terrestre/Chiamato Amore?

È lo svelamento di quel miracolo terrestre a fare grande il poeta. Non parliamo di semplice trasporto amoroso, ma del motore che dà impulso alla vita. Il poeta ne è attraversato come se fosse un corpo conduttore e nell’esperienza estatica di questo sconvolgimento dei sensi, riesce a descrivere la condizione di tutti gli uomini del suo tempo.

L’amore che Julija racconta è degli esseri che in un campo bagnato e martoriato di cadaveri lottano per difendere la propria vita. Queste poesie non parlano di un amore romantico, artificioso, ma dell’esperienza collettiva della guerra.

La poesia di Drunina nasce in quanto espressione di un dramma condiviso, limitandosi a incastrare il suo vissuto in una rete di parole metallica, scintillante come le pallottole che hanno scritto le sue sorti e quelle dei suoi compagni. A rendere il suo sentimento d’amore così autentico è la coralità dei suoi versi. Drunina non è sola nella sua narrazione, ma condivide il dolore con i suoi compagni. L’altro non è più semplice parte di un’ambientazione o l’espediente per poter scrivere, ma è parte integrante del processo poetico. Senza il dialogo emotivo con l’altro la poesia di Drunina non esiste. Troviamo uno degli esempi di questa forma corale nella poesia Bende, in cui l’atto di strappare le bende dei feriti diventa un gesto insopportabile per Drunina, che non vuole arrecare altro dolore ai soldati:

Bende

Gli occhi del soldato di lacrime son colmi,
Giace lui, nervoso e pallido,

E io devo le bende aderite
Da lui strappare con un solo gesto audace.
Con un solo gesto: è così che ci hanno insegnato.
Con un solo gesto: solo in questo c’è pietà…
Ma, incontrato lo sguardo di quegli occhi spaventati,
a me di questo gesto mancava il coraggio.
Sulle bende in abbondanza perossido versai,
Cercando di allentarle senza dolore.
Ma l’infermiera s’adirava
E ripeteva: “Mi porterai guai!
Se con tutti fai tante cerimonie è una tragedia.
E per lui è soltanto peggio”.
Ma i feriti volevano sempre
Capitare nelle mie mani lente.
Non serve strappare le bende aderite,
Quando possono essere rimosse quasi senza dolore.
Io l’ho capito, lo capirai anche tu…
Che peccato che la scienza della gentilezza
Non si possa imparare dai libri di scuola!

La poesia di Drunina educa il cuore alla gentilezza, aiutandolo a preservarla anche nelle situazioni più disumane. È qui che si nasconde il segreto della Musa: la poesia è l’invocazione magica in grado di salvare l’uomo nei momenti più oscuri della storia collettiva e individuale. Chi non permette che questo monito scorra attraverso il corpo, sarà fra quei poveretti a cui Drunina biasima il cuore di pietra.

Per la poetessa, quindi, l’amore è qualcosa che si gioca a due o più voci. Non può esistere tra un soggetto e un oggetto, ma solo fra soggetti. Non è mai elucubrazione interiore, perché scaturisce dallo scambio con l’altro, sia esso l’amato o gli altri soldati che lei chiama fratelli. È nel legame che Drunina vive e realizza la sua esistenza. L’incontro con l’altro innesta un sistema di onde concentriche che rimbalzano da un individuo all’altro, propagandosi e creando connessioni.

VI

Sono appena tornata dalla guardia
Bagnata fradicia, congelata e irata,
Ma nel rifugio non c’è nessuno,

e fuma la stufa, spegnendosi.
Tanto stanca – le braccia non riesco ad alzare,
non arrivo ai ceppi – mi scalderò nel cappotto.
Mi sono coricata, ma sento che di nuovo
Nelle nostre trincee ci sparano con lo shrapnel,
Dal rifugio corro nella notte,
E incontro a me si è lacerata la bandiera.
Incontro a me coloro che aiutare
Io devo con mani ferme.
E poiché di nuovo fino al mattino
La morte striscerà accanto a me,
Passando: “Brava, sorella!” –
Grideranno i compagni come premio.
E ancora il comandante splendente
le mani mi tenderà dopo lo scontro:
– Sottufficiale, mia cara! Come sono contento,
Che tu di nuovo sia sopravvissuta!

Questo sentimento viene amplificato dalla brutalità della guerra, che rende i legami vulnerabili ma al contempo profondi. Le distanze diventano fumo soffocante se si è soli nel tumulto delle bombe, ma scudo gassoso e gentile se insieme agli altri. Scopriamo così che l’esistenza umana assume un senso solo nel rapporto con l’altro. Non è l’autoconservazione a tenerci in vita, ma l’attaccamento agli affetti. Il mondo è un luogo in cui si sta “bene in due”, poiché non siamo semplici meccanismi biologici il cui scopo è perpetrare il movimento dei nostri ingranaggi.

 

VII

Giungerà l’umida alba
Nei vortici di fumo.

Sguscerà la lenta granata
Nella mia trincea.
Guardo il volto stanco.
Di nuovo – un metallico lamento.
Mi hai coperto gli occhi
Con la mano screpolata dal vento.
E anche nelle grida e nel fumo
Sotto la pioggia e il fuoco
Nella trincea si sta stretti se soli,
Ma bene in due.

Nell’opera poetica di Drunina è la guerra a svelare il senso della vita umana.La condivisione del dolore, che porta la poetessa ad accogliere il dolore della vedova del suo amato Comandante. È su lei, sull’altra donna che sposta il riflettore. Le cede la sua poesia, poiché la perdita le ha unite e condannate entrambe allo stesso dolore. Nella poesia Addio Julija ci descrive questo scambio in cui entrambe le donne si accettano e sono consapevoli che è stata la guerra a togliere loro ciò che più amavano.

XXIV

Addio

Piano piangevano i flauti, singhiozzavano i corni,
al Direttore che si chiama Morte;

vinti.
E voleva la vedova che tacessero –
Chi scortavano non avrebbe ceduto alla tristezza.
(La guerra iniziò nel Quarantuno, come comandante di battaglione,
Come comandante di divisione la terminò nel Quarantacinque.)
Griderebbe se potesse:
– Più in alto la testa, dannazione!
Musicisti, non serve accompagnare la morte!
A che mi servono le vostre cupe rapsodie?
Suonate, voi soldati, marce militari!
Piano piansero i flauti, singhiozzarono i corni,
S’avvicinò, molto pallida, una donna in nero.
Ancora tremavano, tremavano le labbra turgide,
Ancora singhiozzavano, singhiozzavano le trombe militari.
E la vedova, con un lungo sguardo, la guardò:
Sì, certo, questi alti zigomi!
Ah, il comandante! Come ha conservato la foto sbiadita
d’una ragazza dal collo sottile, la marconista della compagnia.
La illuminava il riflesso della recente battaglia
O forse quella luce che si chiama amore.
A spegnere questa luce non è riuscita la stanchezza…
Una fotografia! Solo quella è rimasta.
Quella che la ritirata condivise con il comandante
e che lo lasciò nel vittorioso Quarantacinque,
Perché le disse il cuore intelligente:
In nessun modo potrà dal passato fuggire –
Sua moglie gli manca, il figlio piccolo pure…
Da allora non ha più visto il comandante.
E ha incontrato le albe, scortato i tramonti,
lei da sola e lei soltanto – di questo la guerra è colpevole…

Drunina ha già gettato l’ancora nel mondo dei morti; tutto ciò che rimane di lei è una proiezione di pensieri che muovono un corpo umano. A tenerla ancora fra noi è la sua vocazione primaria, quella cioè di preservare la memoria dei caduti, di cui solo le terre ferite dalla guerra ricordano ancora i volti. In ogni incontro interiore con i suoi compagni, Drunina ha bisogno di dire loro che “No, nulla è dimenticato, /Nessuno è dimenticato /Anche quello /Che in una tomba senza nome giace”. L’umanità intera vorrebbe liberarsi del fardello della memoria, che altro non è che quel primo morso e quella cacciata da uno stato di grazia eterno. Dimenticare il peccato però, non fa che reiterare l’atto all’infinito, costringendoci a una dannazione eterna. I morti ci guidano e a molti di noi parlano, nella speranza che presto romperemo il circolo vizioso che ci costringe a un’esistenza insensata.

XXVI

Io a volte mi sento la staffetta
Tra quelli che sono vivi

E chi ha portato via la guerra.
E sebbene cinque anni volino via,
Affrettandosi,
Sempre più stretto è questo legame.
Sempre più saldo è questo legame.
Io sono la staffetta.
Lascia che il rombo della lotta svanisca:
Un rapporto dalla battaglia
È rimasto il mio verso –
Dalle gavette dell’assedio,
dall’abisso delle sconfitte
E dalle grandi piazze d’armi
Delle battaglie vittoriose.
Io sono la staffetta.
Vago nella foresta partigiana
Dai vivi
Un rapporto ai morti riferisco:
“No, nulla è dimenticato,
Nessuno è dimenticato
Anche quello
Che in una tomba senza nome giace”.

Il tempo però si è già scrollato da dosso la pelle morta maturata nei giorni di guerra e, completamente sorda al coro dei caduti, si è incamminata. La poetessa, tuttavia, sa che senza memoria non si può intraprendere alcun cammino di rinascita e ricostruzione. Una mente vuota e arida equivale al folle che incurante si dirige verso il baratro. Non è solo una questione di giustizia verso i caduti, ma di consapevolezza ed evoluzione della società umana. I sopravvissuti si fanno maestri che direzionano l’umanità verso un percorso di evoluzione. Lottano contro chi riempie la testa delle persone di deserto, anche se col tempo il golem di fango che alberga in noi si è fatto più famelico e spietato. Nei suoi versi Julija ribadisce fermamente e quasi con atteggiamento febbrile il suo compito. Ormai non si appartiene più, ma la sua mano è mossa dai suoi commilitoni mai tornati a casa:

XXI

In trent’anni ho fatto così poco
Mentre volevo fare così tanto!

Compito, scopo, senso della vita è diventato
Far rinascere voi, caduti in guerra.
E il tempo ha chiesto nuove canzoni,
Lo capivo, sì, ma di nuovo
il coetaneo mai tornato a casa
con la mia mano continuava a scrivere.
Di nuovo, in sogno, strisciavo soffocata dal fumo
verso chi, in silenzio, congelava nella neve…
Miei commilitoni, fratelli,
Fino alla morte io sono in debito con voi!
E so che vi chinerete su di me
Quando il cuore batterà, come l’allarme,
Voi, ragazzi uccisi dalla guerra,
Tu, comandante sepolto da me.

Il passato non riguarda più l’uomo meccanico. L’umanità si è ghigliottinata da sola, asportando da sé stessa il ricordo delle epoche passate, spiccando il salto in una dimensione senza pensiero in cui potrà vivere ignorando quel borbottio che si muove sul fondo della mente. Forse continuerà a udirlo, ma non ne comprenderà più il significato. Solo il poeta è in grado di comprendere e tenterà di farsi portavoce dell’anima umana. Essere poeta ed essere soldato sono la medesima cosa ed è per questo che il poetare è diventato una lotta, quella contro l’oblio e la decadenza dell’umanità. La battaglia del poeta è tragica perché in questa lotta è quasi sempre solo. Drunina è rimasta sola a impugnare le armi, ma davanti all’espandersi dell’aridità non ce l’ha più fatta. Ha posato le armi al suolo e si è consegnata alla morte. Non c’è da biasimare, né da piangere per lei. La sua è stata una decisione lucida. In eredità ci ha lasciato la sua poesia e con lei la sua lotta. Speriamo di poter aver assolto al nostro compito con altrettanta risolutezza nella nostra ora del giudizio.

L’Ora del Giudizio

Si copre il cuore di brina:
Fa molto freddo nell’ora del giudizio…

E avete gli occhi d’un monaco,
Occhi simili non ho mai incontrato.
Vado via, non ho forze. Almeno da lontano
(Sì, sono battezzata!) pregherò
per quelli come voi, quelli scelti
a salvare la Rus’ dal baratro.
Ma temo che anche voi siate impotenti.
Quindi scelgo la morte.
Come cade in errore la Russia.
Non posso, non voglio vedere!

 

Ol’ga Berggol’c

 

 

Eco di speranza durante l’assedio di Leningrado, voce, letteralmente, della resistenza del popolo russo, che tenta di consolare durante le grigie giornate che si susseguono sullo sfondo di scenari bellici strazianti, con toni di incoraggiamento e ottimismo, ma mai dimentica della sofferenza e delle tragedie umane da lei vissute in prima persona: Ol’ga Berggol’c è una combattente, una guerriera, una donna dall’inestimabile tenacia, capace di un’abnegazione totale alla causa a cui sacrifica ogni sicurezza, in nome della quale accetta ogni sorta di pericolo, decidendo consapevolmente di non rimanere dietro le quinte, ma di mettere in campo le sue energie, la sua sensibilità e il suo io lirico a servizio della  sua gente.

Sempre fedele all’ideale comunista, ma mai vittima della retorica sovietica che impone limitazioni alla libertà espressiva degli artisti, a volte la sua voce risulta sgradita al regime, che mal sopporta la poetica sferzante e diretta di Berggol’c, la quale, nella narrazione delle vittorie, non tralascia la memoria del dolore e degli indicibili supplizi:

Lo so – lontano sul Kama
S’angoscia, soffre una madre.

Cosa scrivere alla mamma lontana?
Come rassicurarla? Come mentirle?
Lei nelle cartoline ad ogni riga,
temendo e amando con tutta l’anima,
tutto il tempo prega: “Figlia, figlia,
ti prego, abbi cura di te…”
Oh, io a tutti i costi son felice
D’alleviare l’angoscia della madre.
Io le scriverò solo la verità.
Che non tema per me.
“Mi prendo cura di me stessa, cara.
Non aver paura, sto molto attenta:
Io la città nostra difendo
Insieme a tutti gli altri come posso.
Mi proteggo dalla prigionia
Ignominiosa sulla terra.
Il tuo sangue, più nero scorre nelle mie vene
Detta: “La morte, ma mai la prigionia!”
Non temere, mamma, io non ho paura,
Non mi arrenderò, non scapperò.
L’anima da te allevata
invitta proteggerò.
Non temere, non c’è in me spaesamento,
ancora per molto basteranno le forze:
la vittoriosa pazienza
non invano Lenin ci insegnò.
Non temere, mamma – io sono con gli amici,
tu ama i miei amici…”
…Questo io scrivo alla mamma lontana.
Le ho scritto la verità.
Io non scrivo – e così è più vero –
Che la nostra vecchia casa è distrutta,
che ferito è il fratello, che sto invecchiando,
che poco è il pane, poco il sonno.
E la più importante, forse, verità
È che tutto non verrà a sapere la madre.
Perché noi guariremo queste ferite,
noi tutti torneremo come prima.
E il sonno – quieto, lungo, caldo,
e canzoni dal primo mattino,
e in casa, nei tersi vetri,
la luce serale giocherà…
E io grido a coloro che conosco:
Scrivete la verità alle vostre madri!
Scrivete di cosa accadrà.
Non lamentatevi perché siamo in difficoltà…

Questi sono forse tra i versi più esplicativi della complessità del sentire della poetessa, complessità che, paradossalmente, manifesta con una linea tutt’altro che articolata, elementare, scevra di orpelli di sorta, con un lessico quotidiano e, di conseguenza, di immediata ricezione e insopportabilmente invadente. Distruzione, vecchiaia, malattia, stanchezza e fame si intrecciano alla dolceamara nostalgia della madre e al desiderio di proteggerla dalla realtà, da un presente crudele che ha visto Berggol’c più volte in ginocchio, sopravvissuta alla morte della figlia, alla perdita delle persone care, a un aborto avvenuto durante un anno di prigionia, a cui, tempo dopo, ella guarda con disgusto, ricordo di una violazione animalesca e spersonalizzante: «Mi hanno strappato l’anima, ci hanno rovistato dentro con le loro dita puzzolenti, ci hanno sputato sopra, l’hanno insudiciata, poi l’hanno rimessa insieme e dicono: “Vivi”».

Eppure, dopo un tale calvario che l’ha riconsegnata alla società spezzata e malconcia, Ol’ga si rimette in piedi offrendosi alla comunità – unico modo di vivere per lei concepibile: ottiene un lavoro presso la radio di Leningrado, diventando l’oratrice più amata dal popolo russo nelle giornate minacciate dall’avanzata tedesca, al grido di “Vivi. Resisteremo. Vinceremo”. E anche nel componimento prima citato emerge con chiarezza la predisposizione d’animo della poetessa, mai di compatimento e lamentala, ma di fotografia del reale e di fiducia nel futuro: «Perché noi guariremo queste ferite, /noi tutti torneremo come prima».

 

 

L’impegno politico non è l’unico destinatario della sua dedizione, non esaurisce da solo tutto il suo ardore, anzi, accompagna il dispiegarsi delle sue trame amorose e affettive. Ol’ga è una madre più volte abbattuta dai colpi della fortuna: perde sua figlia Maja molto piccola, morta di stenti. A lei dedica questi versi:

Come muoiono i bambini piccoli…
I loro occhi innocenti, allegri

Vengono coperti con del cotone bagnato.
Quattro giorni – insonnia e pietà.
Quattro giorni la Repubblica ha combattuto
Per una bambina, soffocando nell’arsura
Ha versato sangue e canfora…
Lascio il cimitero verde.
Volgendo spesso lo sguardo testardo
Alla piccola stella rossa
Sopra un letto di erba grezza…
Ma io vivrò e vivrò, lavorerò,
più testarda sarò e più arrabbiata,
per saldare in fretta il conto con la natura
per il dolore, la morte e la sofferenza sulla terra.

La morte di Maja viene rappresentata con immagini estremamente concrete, che, ancora una volta, rendono in modo puntuale la sensazione di lacerante separazione da un amore così intenso. Ol’ga si riconcilia alla figlia nella memoria, attraverso la quale lega a lei ogni cosa («la luce primigenia della primavera marina, /la periferia avvolta dal fumo, i tram che ululano, /il tè freddo, il pranzo non toccato…»). E al suo cospetto si sente colpevole, di non aver assolto come avrebbe dovuto ai suoi doveri di madre, di non essere stata in grado di provvedere a lei nel modo più opportuno, di non essere riuscita a salvarla.

Berggol’c è anche moglie. L’eros la prende per mano sin da molto giovane e all’amore O’lga dona tutta se stessa, percependosi, a volte, come un peso nei confronti dell’altro – perché foriera di troppe ferite di impossibile guarigione – sperimentando in altre occasioni, invece, l’unione perfetta di due anime. A Malčanov, suo secondo marito, si rivolge così:

M’hai presa aspra, burbera,
col delirio del carcere, con un cupo pensiero,

con l’insanabile dolore delle vedove,
con l’indelebile vecchio amore,
non per gioia m’hai presa per te,
non per volontà m’hai presa, ma amando.

L’ “indelebile vecchio amore” è il suo primo marito, Boris Kornilov; i due partecipano entrambi al gruppo letterario Smena – dove avviene il loro primo incontro – ma la relazione, benché intensa, si conclude dopo poco, a causa di incompatibilità caratteriale. Ol’ga custodirà sempre non solo la memoria, ma anche il sentimento in sé, che non trova spazio per esprimersi e così esaurirsi del tutto.

Ho perso io ieri sera la parola,
quella che avevo inventato per te.

Ho cominciato più volte
Questa canzone – con rancore, con amore…
E mi sono addormentata in lacrime, non credendo
Che avrei visto di mattina in sogno
Come tu hai trovato la mia perdita,
iniziando una canzone su di me.

Ol’ga Berggol’c, una donna dall’incredibile vissuto, nonostante si trovi più e più volte travolta dalle onde della storia, stringe i denti e riemerge, più imbattibile di prima, accumulando colpi e cicatrici che conserva gelosamente e da cui trae rinnovata forza per andare avanti. Non mette nulla in salvo, si dona interamente; plasma ogni esperienza sottoforma di versi dalla spiazzante chiarezza, rendendosi testimone di sentimenti spesso inenarrabili.

Il cuore mio non ho mai risparmiato:
né nel canto, né nell’amicizia, né nel dolore, né nella passione…

Perdonami, caro. Ciò che è stato è stato.
Che amarezza. Ed è comunque felicità.
E che io soffra con passione ardente.
E che io, sfidando avversità mai viste,
con un fantasma, con un’ombra m’indigni.
È terribile…e tutto questo è comunque felicità.

 

 

Intervista a Greta Poli: contestualizzando le opere di Drunina e Berggol’c

 

Vivendo nella stessa città, Greta e io abbiamo colto l’opportunità di vederci e di fare quattro chiacchiere sedute a un tavolo. Abbiamo scelto un posto defilato, meno frequentato e adatto a una chiacchierata più approfondita. Sono contenta di averlo fatto, perché Greta è riuscita a rendere questa esperienza ricca e stimolante, cosa che difficilmente sarebbe avvenuta tramite messaggi o mail. L’incontro con Greta mi ha messo di fronte a molti limiti che caratterizzano noi lettori occidentali, abituati a una visione del mondo eurocentrica.

Una delle prime domande che ho scelto di porle verteva sul linguaggio adottato da Drunina e Berggol’c nella loro poesia. Greta mi fa subito notare che in questo caso stiamo parlando di una poesia che è figlia della Rivoluzione d’ottobre, e mi porta in esempio dei versi di Majakovskij che recitano “Io sputo sopra il bronzo dei monumenti/io sputo sopra/il viscido marmo./Grondiamo di gloria –/noi tutti noi, –/che il nostro/monumento/comune/sia il socialismo/eretto/nelle lotte.. Il fulcro non è più l’individuo, ma il popolo. Il messaggio deve arrivare alle masse, e per questo motivo il linguaggio deve essere semplice, affinché rimanga più facilmente impresso nella mente. “La mia esperienza personale deve servire agli altri. Continua a esistere una dimensione personale, ma questa deve essere utile anche a chi la legge” afferma Greta.

Potrebbe però esserci una seconda spiegazione: sia Berggol’c che Drunina non erano ben viste da Stalin e per questo motivo non potevano indugiare troppo sui dettagli e sugli orpelli stilistici.

L’importanza della trasmissione del messaggio ci porta direttamente a un altro punto, quello della traduzione. Le domando cosa ha dovuto sacrificare durante il processo di traduzione. Greta mi sorride e afferma “tutto”, scherzando. In realtà mi spiega che quando si traduce poesia bisogna scegliere cosa mantenere. “Parti da ciò che non puoi sacrificare, in questo caso era il messaggio. Si procede quindi con una traduzione letterale del testo per poi lavorarci sopra. Non è detto che non ci sia qualcosa che non può essere salvato.” Mi spiega Greta. “Ciò che per me era imprescindibile a livello visivo era la lunghezza del testo di arrivo. Mi viene in mente, per esempio, un componimento di Vera Pavlova, composto di una sola parola per verso. In questo caso la struttura andava mantenuta intatta anche nella traduzione.” Ci tiene ad aggiungere però che ogni persona è una traduzione a parte, poiché possono emergere altri aspetti della traduzione che per un traduttore sono più rilevanti rispetto ad altri.

Rimanendo sull’aspetto traduttivo, Greta mi informa che queste poetesse non erano mai state tradotte prima, mentre in Russia la loro poesia è così importante da esser studiata anche sui banchi di scuola. Da un lato questo si era rivelato uno svantaggio: non esistevano traduzioni precedenti a cui fare riferimento. Dall’altro è stato un vantaggio sul piano editoriale. Dal momento che avevano proposto qualcosa di nuovo. Greta mi spiega che esiste un buco enorme nella nostra editoria, poiché molte opere russe, importantissime per i russi, in Italia non vengono pubblicate perché non ritenute vendibili. Un esempio eclatante è quello del poeta Boris Ryžij, diventato in patria una vera e propria icona pop i cui testi sono stati musicati anche dai Molchat Doma, mentre in Italia siamo ancora fermi a Puškin. “Puoi anche avere per le mani un capolavoro, ma se non rispetta il trend editoriale è difficile che venga pubblicato” aggiunge Greta.

Ci siamo spostate su un altro aspetto peculiare dell’opera di Drunina e Berggol’c. Ciò che osserviamo – e viviamo – attraverso le loro poesie è qualcosa di nuovo nella tradizione lirica di guerra. Dalle notti insonni in trincea alle lettere all’amata, passiamo ai reparti in cui vengono curati i feriti e a cui Drunina cambia le bende, cercando di risparmiare loro almeno il dolore dello strappo. Abbiamo finalmente un punto di vista nuovo di cui Drunina rappresenta il punto di svolta: introduce cioè quella che lei definisce “scuola della gentilezza”. È sul campo di battaglia che si apprende la dolcezza e l’empatia. Questo aspetto, se vogliamo, femminile, mancava nella lirica di guerra, la quale fino ad adesso aveva presentato un punto di vista ancora troppo ristretto.

Parlando del punto di vista inedito fornito dalla poesia di Drunina e Berggol’c, finiamo per calarci più in profondità in quelle che erano le relazioni amorose delle due poetesse. Nel loro vivere i rapporti con gli altri, non è mai il loro sentire personale a essere posto in prima persona, ma è quello altrui. È qui che Greta mi mette di fronte a un aspetto molto spesso tralasciato da noi lettori occidentali. Siamo abituati cioè, a leggere la poesia russa in chiave occidentale. La poesia e la letteratura russa, ma anche tutta la letteratura russa in generale (ricordate che nella Rus’ le cronache o gli annali non venivano mai firmati dall’autore) sono connotate da una forte dimensione collettiva e non incentrata sull’individualità. In particolare, la letteratura del Novecento va letta soprattutto in chiave sovietica, antisovietica o postsovietica. Nel contesto in cui queste due poetesse vissero, mancava quel senso di possesso ed egoismo che siamo solitamente abituati a incontrare nel nostro modo di vivere i rapporti umani. “Ogni letteratura è espressione del suo tempo, ma ancora di più lo è quella russa, che senza il contesto politico e collettivo rappresentato dalla sua popolazione perde una chiave di lettura fondamentale”.

Questa dimensione collettiva la troviamo anche nel modo di fruire la poesia da parte dei russi. La tradizione poetica in Russia è infatti principalmente orale. Le poesie non viaggiavano molto in forma scritta, ma venivano prevalentemente lette nei salotti. “Forse” ipotizza Greta “derivando dalla tradizione poetica greca antica, la poesia russa potrebbe aver mantenuto questo aspetto di oralità”. Da noi si è conservata quell’idea romantica del lettore solitario, che legge estraniandosi dagli altri, mentre in Russia la poesia è un’esperienza collettiva, basta fare un giro nella via Arbat a Mosca per rendersene conto.

Concludo facendo a Greta una domanda un po’ personale. Le chiedo con quale delle due poetesse ha provato maggiore affinità. “Sono molto affezionata a Berggol’c, amo tutto ciò che ha scritto e ho una profonda stima per lei. Devo anche ammettere però che ho molto in comune con Drunina. In definitiva direi che, per motivi diversi, mi sono vicine entrambe”.

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