Favole dalla terra di confine: il Holodomor e altri miti

11/08/2020Sergio Lanzarini

Non si vuole mai scrivere a proposito della morte. Si preferisce sempre il romanticismo, le storie pregne d’amore e gioia, con il fiabesco e tanto agognato lieto fine. Pochi si dedicano alle “solite” strazianti rievocazioni dei morti. Io, d’altra parte, credo che non si ricordi mai tanto quanto si dovrebbe. Più osservo il mondo che ci circonda, più mi convinco che la morte abbia ancora molto da insegnare all’uomo. Celiamo la nostra vera natura dietro a un’apparente magnanimità autentica, compiamo atti che preferiamo definire inumani, quasi non ci appartenessero, e siamo sempre pronti a rinnegarli con sfacciato stoicismo, dipingendo il mondo da noi edificato come un Paradiso terrestre capace di far invidia a quello divino. Abbiamo attraversato il ventesimo secolo atteggiandoci da illuminati, e stiamo percorrendo il ventunesimo con la presunzione di una superiorità intellettiva e morale rispetto a chi ci ha preceduto, a chi ha macchiato il nostro buon nome con azioni criminose, e ostentiamo questa superiorità omaggiando i “sacrificati” con il dono dell’oblio.

Costruiamo giorno dopo giorno il nostro futuro dimenticando il passato, trasformandolo laddove necessario. E grazie alle nostre ben dimostrate capacità di manipolazione della realtà, uno dei crimini più terrificanti nella storia dell’uomo, il Holodomor (dall’ucraino holod ─ “fame” e moryty ─ “uccidere”: “uccidere con la fame”), verificatosi fra il 1932 e il 1933 su specifico ordine dell’élite sovietica, ha subito distorsioni di ogni tipo diventando prima uno slogan propagandistico fascista, poi uno strumento di stereotipizzazione anticomunista, e ora una favola dell’orrore a cui non si vuole porgere l’orecchio. In realtà, lo scetticismo precedente agli anni Ottanta riguardo al Holodomor potrebbe essere giustificato con l’abitudine tutta sovietica di camuffare la verità; ma ancora oggi, a distanza di quasi novant’anni, e malgrado la diffusione di documenti e testimonianze dirette, il Holodomor continua a dividere storici, istituzioni e rappresentanti governativi nel riconoscimento di tale fenomeno storiografico come genocidio.

 

 

Sebbene la disputa abbia finora coinvolto principalmente Ucraina e Russia, assumendo talvolta le sembianze dei soliti battibecchi a cui siamo da tempo abituati, la questione riguarda aspetti ben più grandi e importanti che non dovrebbero avere nulla a che fare con le prove a “braccio di ferro” fra singole forze politiche. L’unica vera attuale problematica legata al Holodomor è il valore morale che noi tutti, esseri umani, vogliamo attribuirgli, così come è stato per l’Olocausto e il genocidio degli armeni (quest’ultimo tuttora non riconosciuto in Turchia). La domanda che gli storici tuttora si pongono è se il Holodomor possa essere considerato un genocidio alla stregua di quello perpetrato contro gli ebrei, ma nella maggior parte dei casi essi finiscono per dare troppa importanza ai dettagli, trovandosi a dissertare di semantica. Di fatto, attualmente, solo diciannove nazioni lo riconoscono come un genocidio a tutti gli effetti, e una reticenza largamente condivisa sta condannando almeno sette milioni di vittime a rimanere nel limbo fra menzogna e verità. A proposito del riconoscimento giuridico, si possono individuare due forme diverse di negazionismo: una che scaturisce dal comune pensiero della maggioranza di noi, l’altra che riguarda direttamente l’attuale governo russo. Partendo da quest’ultima, è doveroso sottolineare che la Gosduma (l’equivalente del Parlamento) si è espressa in merito al Holodomor attraverso una semplice condanna al «disprezzo per la vita delle persone» da parte della dirigenza sovietica: una “larga” concessione che, tuttavia, appare più come una blanda tirata d’orecchio a Stalin dopo l’ennesima marachella. In pratica, si ripresenta il classico muto pentimento che ha sempre caratterizzato la classe governativa sovietica allora e che caratterizza quella russa oggi.

L’altra forma di negazionismo, quella che coinvolge buona parte della società odierna (non solo in Europa), prende le sembianze di un infinito dibattito sul valore etimologico del termine “genocidio”. Essendo stato coniato (come derivato dal greco ghénos ─ “etnia”) dal giurista polacco Rafał Lemkin con particolare riferimento alla Shoah, molti storici e giornalisti (fra cui George Bernard Shaw, Walter Duranty, Louis Fischer, Michael Ellman, Robert Davies, Stephen Kotkin, Mark Tauger e Grover Furr) non hanno mai smesso di marcare la specificità “razziale” di questo neologismo, sostenendone l’uso scorretto nel caso del Holodomor ─ inteso da loro come una tragedia sovietica generale, e non principalmente (o addirittura esclusivamente) ucraina. Inoltre, considerando il fatto che un genocidio è caratterizzato solitamente da una violenza sistematica, i medesimi studiosi hanno sempre negato la componente intenzionale del fenomeno, riducendo dunque il Holodomor a una tragicomica “serie di sfortunati eventi”. Similmente al negazionismo della Shoah, le teorie avanzate da questi storici riescono ancora a trovare credito fra intellettuali e non, malgrado il crollo dell’URSS e relativa censura abbiano portato alla pubblicazione di molte fonti storiche comprovanti il massacro in Ucraina, e molti testimoni e accademici (come Oleksandra Ovdijuk, Jurij Ščerbak, Jurij Šapoval, Olena Filonenko, Roman Zabytkovskyj, Vasyl’ Nazarenko, Myroslava Antonovyč e Olga Los’) abbiano cessato il loro silenzio forzato.

Da Užhorod a Rannja Zorja e da Hrem’jač a Foros si estende il “granaio d’Europa”: un’infinita steppa tagliata dal Dnipro, la Piccola Russia che Vasyl’ Barka rievoca in Il principe giallo con estrema devozione e spiccata liricità ─ come solo un poeta costretto a lasciare la terra natia è in grado di fare. Una delle nazioni più grandi del continente europeo con secoli di storia alle spalle. Terra d’approdo dei variaghi, culla della società panslava orientale e del Cristianesimo ortodosso, patria di un popolo legato sin dalle origini del tempo alla tradizione sociale agricola. Un “paradiso perduto” che si ritrova coinvolto nella smania sovietica di un potere militare ed economico assoluto. Il «baffone» prende posto sulla trojka, agita le redini, fa schioccare la frusta sugli uomini che la trascinano verso il Radioso Avvenire, e l’esperimento sociale ha inizio. L’Europa si tinge di rosso quando il grande Impero Russo ─ un’autocrazia assoluta ─ crolla sotto il peso della Rivoluzione socialista, facendo tremare le fondamenta di tutte le monarchie del mondo, minacciate ora dalla concreta possibilità di un propagarsi a macchia d’olio dell’ideologia marxista. Ciò che sembrava solo una fantasia alimentata dal proletariato tedesco, si trasforma inavvertitamente in realtà, e il primo Stato socialista (o comunista, con specifico riferimento al socialismo “russo”) si impone fiero e maestoso nel panorama politico globale.

 

 

Orgoglioso di aver sovvertito lo status quo imperiale contro ogni previsione, il neonato comunismo sovietico deve, tuttavia, dimostrare a se stesso e al mondo spettatore che il marxismo gode di una sua efficacia; che persino il più retrogrado dei Paesi ─ sotto la guida di un governo socialista ─ ha la possibilità di aspirare al progresso economico, scientifico e industriale, offrendo la chance di una giustizia sociale assoluta. Sicché, la classe dirigenziale sovietica comincia sin da subito a servirsi di una martellante propaganda col fine di coinvolgere l’intera popolazione nel processo di modernizzazione (soprattutto industriale). Consapevole del fatto che questa evoluzione necessita di un ampio capitale economico (quasi inesistente nell’URSS degli anni Venti), Stalin ─ sbarazzatosi della concorrenza e preso il posto del defunto Lenin ─ decide di sfruttare quanto più possibile le risorse del Paese, offrendo ai compratori esteri ciò che in patria abbonda (in Ucraina soprattutto) e altrove scarseggia: il grano. In sostanza, dopo un momentaneo ritorno alla concessione della proprietà privata grazie alla Nuova Politica Economica di Lenin, Stalin opta per l’immediata e totale applicazione dei principi dell’economia socialista, istituendo le fattorie collettive (kolchoz) e nazionalizzando il raccolto. Le precarie condizioni economiche, però, ostacolano il processo di risanamento delle finanze statali e di industrializzazione del Paese. In questa irreversibile condizione Stalin commette l’unico errore che lo stesso Lenin aveva preannunciato nel testamento politico lasciato al Partito, e cioè l’assunzione di pieni poteri decisionali. Ossessionato dall’idea che il mancato progresso industriale (così come lo aveva immaginato lui stesso) sia il risultato di un boicottaggio popolare, Stalin dà il via a una nazionalizzazione estrema della proprietà privata.

Di fatto, la cancellazione della NPE di Lenin va a coincidere con l’inizio delle requisizioni forzate del grano da parte del Partito, il quale condanna così la popolazione all’assoluta povertà. Tutto ciò, ovviamente, non si svolge senza una forte opposizione da parte dei contadini (i kulaki della propaganda sovietica), soprattutto quelli ucraini che, come già accennato, sono legati a secoli di tradizioni agricole e vivono quasi esclusivamente dei prodotti della propria terra. È inevitabile, quindi, che questa politica di “accaparramento” provochi un profondo malcontento nella popolazione locale e, come prevedibile, gli ucraini riscoprono il forte sentimento nazionalista che li ha sempre contraddistinti. Ora che la minaccia ucraina allo status sovietico è effettivamente concreta, Stalin ha il pretesto per attuare la “legge” socialista per eccellenza: «chi non lavora ─ non mangia».

Non distante da Lubny, nel villaggio di Solonycja nasce Vasyl’ Očeret (per il pubblico di lettori: Vasyl’ Barka), insegnante che nel 1930 emigra sfuggendo per un soffio al Holodomor. Tuttavia, la fuga dall’Ucraina non impedisce a Barka di farsi portavoce dei crimini commessi contro un popolo che non aveva mezzi con cui difendersi. Il principe giallo, che guadagna due candidature al Nobel per la Letteratura, si erge nel panorama letterario come un inno alla pietà, alla resistenza e al coraggio che caratterizzano l’essere umano nel maggior momento di difficoltà, qualora l’animo di alcuni si lasci corrompere dall’odio e dalla malvagità. Con estrema empatia, Barka rievoca lo strazio di uomini, donne e bambini costretti a patire la fame, e tutto ciò che consegue alla disidratazione, per scontare effimere condanne calate dall’alto del Politburo. Nel remoto villaggio di Klenotoči, la famiglia Katrannyk (composta dalla coppia Myron Danylovyč e Darija Oleksandrivna ─ genitori di Mykola, Olena e Andrij ─ e dalla suocera Charytyna Hryhoryvna) è testimone della “carestia” che, giorno dopo giorno, nel silenzio dell’inverno miete le vite di uomini, donne, anziani e bambini, compiendo il volere del «baffone» che ha orchestralmente progettato la dekulakizzazione dell’Ucraina. La morte è l’onnipresenza de Il principe giallo, l’orizzonte di Klenotoči, una falce che purtroppo non ammette pietà; un’ombra che come il gelo invernale cala sull’Ucraina e la spoglia della primavera. Senza mai svanire, questo presagio di morte accompagna i Katrannyk in una continua lotta alla sopravvivenza, finché anche loro, incapaci di sfuggire a quest’ombra, si spengono uno dopo l’altro fra le braccia di chi è ancora in vita.

Con un talento non comune a tutti, con una straordinaria abilità nel richiamare l’attenzione della mente e del cuore, Barka fonde in Il principe giallo le paure più profonde dell’essere umano: il freddo, il buio, la fame, la solitudine, la perdita di se stessi e della propria innocenza, la (in)capacità di restare umani. Barka, di fatto, lancia attraverso Il principe giallo un’ancora di salvezza a coloro che, dopo aver subito e vissuto violenze inimmaginabili, rischiano di vedere il proprio “sacrificio” svanire davanti alla codardia dei negazionisti, intenti a nascondersi dietro a teorie la cui falsità costituisce un insulto alla memoria dei sopravvissuti e di chi non è in grado oggi di testimoniare il Holodomor con le proprie parole. Il principe giallo è dunque il monolite che demolisce ogni possibilità di negazione o manipolazione della verità del massacro ucraino, e offre all’attento lettore ─ colui che è pronto ad accogliere la verità con la necessaria apertura mentale e il dovuto rispetto ─ le prove inconfutabili che il Holodomor sia stato in tutto e per tutto un genocidio, con la sua specificità etnica, la sua solida intenzionalità e la sua disumana efferatezza.

 

 

Lo stesso Barka (attraverso le vicende dei Katrannyk) conferma ciò che i rapporti pubblicati dopo il crollo del potere sovietico testimoniano, ossia che lo Stato abbia esplicitamente isolato la Repubblica ucraina dal resto dell’URSS, attuando a tutti gli effetti un embargo che ha impedito alle persone di oltrepassare il confine russo (ad eccezione dei membri del Partito) per tutta la durata della “carestia”. È vero che le terre abitate dagli slavi orientali (Bielorussia, Ucraina e Russia) sono sempre state caratterizzate da migrazioni interterritoriali, e che è possibile tuttora incontrare comunità bielorusse, ucraine e russe in tutti e tre i Paesi (e ciò sembrerebbe rafforzare la tesi negazionista della mancata specificità “razziale” ucraina), ma è un dato di fatto che le misure restrittive applicate dal governo sovietico abbiano riguardato solo e soltanto il popolo che allora risiedeva entro determinati confini: quelli ucraini. Dissipato ogni dubbio sulla particolarità etnica di questo fenomeno, possiamo facilmente provarne anche l’intenzionalità. Malgrado lo stesso celeberrimo Aleksandr Solženicyn fosse fra quelli che ancora negano che il Holodomor sia stato un genocidio attuato di proposito (Solženicyn paragonava addirittura il Holodomor alla carestia per siccità del 1921-1922 nei territori attorno al Volga), rimane evidente che la tragedia ucraina sia stata causata da una politica di governo, e non da forze naturali come si preferirebbe far credere. Infatti, a differenza della carestia per siccità verificatasi in Russia nei primi anni Venti, il Holodomor ucraino ha avuto inizio con la dekulakizzazione di Stalin; quindi, non è stata la mancanza di alimenti che ha portato sei milioni di persone alla morte, bensì l’intenzionale e barbarica requisizione di questo cibo che poi, come sottolinea Barka, veniva periodicamente spedito in Russia. In breve, è Stalin a ordinare l’eccidio degli ucraini che non cedevano il proprio raccolto allo Stato, e sono i suoi esecutori i primi responsabili della cosiddetta “carestia” (dopo Stalin stesso).

«Sono andati a fare un’ispezione in quel cortile. Lì ci abitava solo una donna, suo marito era partito già da diverso tempo. Lei non osava muoversi e non diceva niente, ma aveva gli occhi che le brillavano come se avesse la febbre alta. Se ne stava lì immobile come una statua. Quell’uomo aveva già capito tutto. Hanno guardato nella stufa. In un tegame di ghisa c’era l’anca del ragazzino, lo stava cuocendo. Il resto l’aveva nascosto in cantina

Non è l’unico: Barka riporta molti racconti simili a questo; storie di come la gente impazzisce in preda alla fame, perde il lume della ragione, e commette azioni che il cervello umano ─ inorridito di se stesso ─ cancella prontamente dalla memoria nell’istante stesso in cui l’atto si compie. I Katrannyk si imbattono spesso in anziani e contadini che li riguardano dal far visita a certi vicini, che ricordano loro di stare lontani da quei «pazzi» abbandonati da Dio. In tutta l’Ucraina e nei territori limitrofi si sentono strani racconti, favole, cose incredibili, terrificanti, nessuno ci vuole credere, tutti negano, ma tutti sanno di non essere immuni a quella “pazzia”. Forse è per questo che il Holodomor scaturisce ancora così tanto scetticismo in coloro che non lo hanno sentito sulla pelle e così tanta vergogna in coloro che potrebbero raccontarlo, pur non volendo. Un orrore addirittura precedente a quello che si ha sempre considerato il peggiore dei crimini contro l’uomo: il genocidio degli ebrei. Così come per l’Olocausto, anche il Holodomor incontra la propaganda manipolatrice, subisce abili tentativi di camuffamento, combatte prima con lo scetticismo, poi con la vergogna.

Ecco perché neghiamo. Perché lo scetticismo è momentaneo, non resiste a lungo, prima a poi crolla davanti all’evidenza dei fatti, delle prove, delle testimonianze; allora subentra il ribrezzo verso noi stessi, la vergogna, il senso di responsabilità, e quindi preferiamo mostrarci scettici sperando che il mondo intero lo diventi, preferiamo negare sperando che il mondo intero neghi. Ci sforziamo di mantenere il nostro buon nome immacolato, e non realizziamo che in questo modo lo macchiamo più di quanto non faremmo se decidessimo di accettare ciò che siamo, che abbiamo fatto, impegnandoci a commemorare coloro che abbiamo indegnamente sacrificato lungo la strada verso il successo della specie umana. Immagino che, a distanza di quasi novant’anni, sulla scia del popolo ucraino stesso, sia doveroso riconoscere l’errore commesso (permettere che il Holodomor avesse luogo per poi rinnegarlo), riconoscere che ─ da un punto di vista storiografico e giuridico ─ ci sono tutti gli elementi necessari per definire il Holodomor un genocidio, e rendere un vero e sincero omaggio a coloro che non possono dire di aver avuto la loro occasione di vita.

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