Marina Cvetaeva: l’amore nudo

23/06/2020Claudia Gioia

Amore! Amore! Nei tormenti e nella tomba
Mi fai viva – turbata – sconvolta – palpitante

 

L’eterno contrasto tra vita e morte, eros e thanatos, byt e bytie, la vita quotidiana e l’esistenza nella sua forma sublime di spirito e arte, si condensa in un’unica figura, quella di Marina Cvetaeva, poetessa della prima metà del Novecento, considerata, insieme ad Anna Achmatova, la più grande voce lirica femminile dell’intera produzione letteraria russa. Un dualismo che non si risolve mai, ma che si agita nel suo animo, elevandola e, allo stesso tempo, condannandola a una vita che diventa il suo più autentico capolavoro. Un amore con la A maiuscola, che impugna saldamente le sorti degli uomini e che, sebbene renda insignificante una vita vissuta in sua assenza, con la sua forza divoratrice e distruttiva prende per mano gli esseri caduti nelle sue trame e li conduce verso la fine. È ciò che accadde alla nostra poetessa, la quale, per quanto non potesse perdonare un’esistenza incorrotta da uno stravolgente sentire, ne cadde ugualmente vittima, soccombendo ai suoi tumulti, “turbata, sconvolta, palpitante”, ma viva, persino nella tomba.

È difficile pensare ad un’altra artista la cui vita sia stata immersa in tale drammaticità; la sua esistenza fu costellata da incontri e perdite, relazioni intense e atroci separazioni, partenze, ritorni, episodi che le regalarono il dolore e, soprattutto, la capacità di elaborarlo e riversarlo su carta, trasformandolo in versi, lettere, taccuini, racconti. Ma, oltre al particolare sguardo sul mondo indotto dalle circostanze esterne in cui si ritrovò catapultata, era dotata per natura di una fine sensibilità, coltivata con cura in un ambiente familiare culturalmente ricco e stimolante per l’enfant prodige che era. Il padre, filologo, professore presso l’Università di Mosca e fondatore del Museo delle Belle Arti della città e la madre, donna dalla straordinaria intelligenza e talentuosa pianista, crearono la cornice ideale per la crescita e lo sviluppo intellettuale delle figlie, ma questa struttura così magistralmente costruita presentava delle crepe che a una bambina non potevano sfuggire. Marina, infatti, conservò sempre dentro di sé il ricordo dell’infelicità della madre, moglie devota e fedele, ma imprigionata in una gabbia costruitale intorno dalle convenzioni sociali, a causa delle quali fu costretta a rinunciare ai suoi studi e al suo vero amore.

È forse da qui che prese avvio l’attenzione di Cvetaeva nei confronti della stereotipizzazione della figura femminile, del suo inscatolamento in ruoli definiti, limitati, imbattibili e la sua insofferenza verso la concezione della donna brutalmente relegata a moglie e madre. E da qui anche l’impulso a restituire dignità alle figure del mito e della letteratura, che, risorte dalla penna della poetessa russa, fronteggiano la loro controparte maschile, l’amante, causa dei loro dolori e della loro tragica capitolazione. Parliamo di Euridice che intima ad Orfeo di andar via e dimenticare, di non turbare la sua pace; di Ofelia, che aggredisce Amleto, accusandolo di misoginia e di essere schiavo del non-vivere; di Fedra, che apostrofa Ippolito come “feroce tafano avvinghiato alla piaga che stilla pianto”. Queste donne riacquistano la loro voce, la stessa che Marina Cvetaeva non perse mai, non nascose mai, ma che seguì con coraggio, incurante di ogni tipo di ostacolo che, puntualmente, si presentava sul suo cammino.

Marina nacque a Mosca nel 1892 e a Elebuga morì suicida, a 49 anni, impiccandosi a un gancio all’ingresso dell’izba in cui fu costretta a rifugiarsi a causa della guerra in corso. Visse per pochi anni, ma l’intensità con cui visse valeva mille vite. Attraversò la Rivoluzione d’ottobre, il dramma della migrazione degli intellettuali russi malvisti dal regime sovietico, la guerra, la separazione dai propri cari, la povertà. La miseria la condivise con le sue due bambine, Ariadna e Irina, nella casa di Mosca in Borisoglebskij pereulok, spogliata di ogni suo oggetto di valore, condivisa con altri inquilini, a causa delle restrizioni imposte dalla situazione creatasi a seguito della Rivoluzione. Una donna come lei, da sempre abituata ad ambienti lussuosi, forniti di ogni comfort e assistiti dalla servitù, dovette reinventarsi, improvvisandosi in faccende e mestieri che non aveva mai svolto prima. Per salvare le figlie dalla fame, decise di affidarle alle cure di un orfanotrofio, che si trasformò, al contrario, nello scenario della morte della bambina più piccola. Sicuramente, la perdita della figlia fu per la poetessa una grande sofferenza, ma, quello che più l’addolorava, era l’impossibilità di avere amato, in vita, una creatura che, pur generata nel suo grembo, non riconosceva, le era estranea:

La morte di Irina per me è tanto irreale quanto la sua vita. – Non conosco la malattia, non l’ho vista malata, non ho assistito alla sua morte, non l’ho vista morta, non so dove sia la tomba. È mostruoso? – Sì, visto da fuori. Ma Dio, che vede il mio cuore, sa che non sono andata a darle l’ultimo saluto non per indifferenza, ma perché NON POTEVO. (Non sono andata da lei quando era viva… –) Irina! Se esiste un cielo, tu sei in cielo, comprendimi e perdonami se sono stata per te una cattiva madre, che non ha saputo superare la sua avversione per la tua natura oscura e incomprensibile.”

Parole che si riterrebbe inammissibile sentir pronunciate dalla bocca di una madre, eppure Cvetaeva nemmeno questo teme, non volta le spalle al torbido, all’inaccettabile, alla consapevolezza della sua imperfezione come persona, come essere umano.

L’incontro con l’amore avvenne molto presto: nel 1912 sposò Sergej Efron, il padre dei suoi figli, l’uomo cui rimase accanto fino alla sua morte, e cui dedicò un affetto sincero e totale:

Ho scritto su un pezzo di lavagna
e sulle pieghe consunte di un ventaglio,

e sulla sabbia di fiume, su quella di mare,
sul ghiaccio d’inverno, sul vetro con l’anello,
e sui tronchi degli alberi centenari
-perché a tutti fosse chiaro –
Che ti amo! Ti amo! Ti amo! Ti amo!
Firma: l’arcobaleno del cielo

A Efron sono dedicati questi versi, composti nel 1920, tratti dalla raccolta curata da Marilena Rea. Il fatto che nel corso degli anni Cvetaeva abbia amato altre persone non indebolisce l’autenticità del sentimento che nutriva nei confronti dello sposo: Marina era capace di un amore totalizzante, sconvolgente, che non conosceva barriere, sesso ed età. Amò sia uomini che donne, talvolta molto più giovani o molto più grandi di lei, ma non rappresentavano, queste, condizioni che si escludevano a vicenda. Alcune passioni si concretizzarono in effettive relazioni, ma la maggior parte di esse rimasero parole e rapporti platonici. Il mancato incontro carnale, però, non corrispondeva, secondo la poetessa, a una mancata realizzazione dell’amore; l’amore era incontro tra due anime, l’amore era per l’altro in sé, l’amore al di fuori dal sesso era l’unico amore che non desse nausea. Per Marina la parola era veicolo completo e supremo per la trasmissione del sentimento.

Tale idea emerge chiaramente nel Racconto di Sonečka, pubblicato nel 1937, in cui Marina racconta la storia, autobiografica, dell’incontro e dell’innamoramento con la giovane attrice teatrale, Sof’ja Evgen’evna Gollidej. Dalla stessa opera provengono le seguenti righe:

Io, il mio amore per lei, il suo per me: il nostro reciproco amore non rientrava in nessun comandamento. Di noi due non si cantava in chiesa e non era scritto nei Vangeli. Il suo andare via da me fu il semplice e onesto adempimento delle parole dell’Apostolo: «Lascerà il padre e la madre…». Per lei io ero più di un padre e di una madre e, senza dubbio, più di un uomo amato, ma lei era obbligata a preferire lui, lo sconosciuto. Perché così, creando il mondo, stabilì Dio.  Noi due andavamo soltanto contro «la gente»: mai contro Dio, mai contro gli esseri umani”.

L’amore saffico fu uno dei tanti attori nel dramma dell’esistenza di Cvetaeva, la quale dedicò all’argomento una approfondita riflessione sottoforma di lettera in risposta ideale a Pensées d’une Amazone, della poetessa statunitense Natalie Clifford Barney. In queste pagine, Marina presenta l’amore tra due donne come forma di unione più alta e perfetta, “un’entità troppo integra”, troppo completa, sgualcita da un unico neo, una sola falla: l’infecondità, l’impossibilità di generare un figlio. È al desiderio del figlio che l’amante non riesce a rinunciare, è questo il motivo che la porta ad allontanarsi. “«Cosa dirà la gente» non ha alcuna importanza, non deve averne alcuna, poiché tutto quello che essa dice è mal detto, tutto quello che vede – mal visto. Il malocchio dell’invidia, della curiosità, dell’indifferenza. La gente non deve dire nulla, visto che giace nel male. Dio? Una volta per tutte, Dio non ha nulla a che vedere con l’amore terrestre”.

È disarmante quanto queste parole possano risultare attuali ancora oggi. Ed è disarmante come le parole di una sola donna possano collegarsi e dare voce al sentire di tante donne, che siano personaggi reali o letterari, di epoche diverse, di provenienze diverse. Nel ricordare Marina Cvetaeva, in queste giornate il pensiero non può non andare a Sarah Egazi, anche lei morta suicida per non aver saputo più sopportare il dolore. Il suo ultimo messaggio è stato di perdono, verso un mondo spietato e ingiusto. Purtroppo, è il mondo che non perdona. Non perdona il coraggio, non perdona la forza, non perdona l’amore. E allora, ancora una volta, a quello stesso mondo si appella Marina Cvetaeva, con un’unica semplice richiesta: Prostite Ljubvi, Scusate l’Amore:

Scusate l’Amore – è un mendicante!
Se ne va con ciabatte scalcagnate,

e certe volte non ha nemmeno quelle!
Sul sagrato chiedeva l’elemosina,
pregando nel nome della Madonna –
una ciabatta l’aveva offerta a lei.
L’altra – accanto al panettiere
L’aveva lasciata ai ragazzini:
l’amata – dice – era passata di lì.
E adesso scalzo – come un angelo!
Non sa che in paradiso già lo aspetta
Un bel paio di caldi mocassini.

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