Lilja 4-ever, storia di un dramma individuale e collettivo

12/05/2020Alessio Mangiapelo

Quando la politica incontra il cittadino, o meglio, quando la teoria incontra l’uomo.

Ciò che è accaduto in politica negli anni ’90 delinea il mondo come lo conosciamo oggi, specialmente perché tali eventi hanno lasciato tracce del loro passaggio ancora riscontrabili in luoghi, istituzioni e persone. Concentrandoci come di nostro consueto sulle realtà dell’Est Europa, sembra scontato riferirci al ruolo centrale ricoperto dall’Unione Sovietica in quel periodo, prendendo in considerazione soprattutto gli anni del suo declino e del suo successivo smembramento. Bisogna tuttavia premettere che la parola “sistema politico”, applicata nel nostro contesto, dev’essere intesa nel senso più lato del termine, ossia non riferita soltanto al metodo di governo d’un paese, ma anche alla scala di valori e quindi usanze, abitudini ed eventuali stereotipi da esso scaturiti che hanno influito sulla vita dell’individuo di quel tempo e di quei luoghi.

 

 

D’altra parte, in un simile discorso politico è sempre oggetto d’interesse il confronto con il cosiddetto modello “occidentale”, a cui è spessissimo contrapposto. Ne derivano spesso conclusioni tendenti ad appoggiare più un’ideologia politica rispetto a un’altra, quindi, quasi sempre (purtroppo), tali discorsi vengono ridotti a meri confronti teorici di natura politica, che s’impegnano in parole povere a darla vinta ad una fazione o all’altra, accantonando l’esperienza e quindi l’importanza del singolo individuo.

Se ci riferiamo ad entrambi i momenti storici (contemporaneità e momento di svolgimento dell’azione), da entrambe le parti troveremo lacune (nei pensieri “occidentale” ed “orientale”), quindi a grandi linee questi periodi risultano essere simili, sebbene inseriti in contesti diversi. Ma questo ci permette di sottolineare ancora nel nostro 2020 l’attualità di Lilja 4-ever, pellicola di Lukas Moodysson datata 2002.

Diciotto anni fa il mondo conosceva la storia di Dangoulė Rasalaitė, giovane ragazza originaria di Telšiai (Lituania), a cui si ispira liberamente il nostro film: abbandonata all’età di 16 anni dalla madre, unica persona a lei vicina, decide di prostituirsi per riuscire a sopravvivere. Non si hanno in realtà molte fonti ufficiali riguardo Dangoulė, ma grazie a Lilja 4-ever, basato sulle informazioni raccolte a partire dal momento dell’abbandono, è stato possibile venire a conoscenza della sua storia. Il film è ambientato a Paldiski, in uno dei quartieri popolari dell’Estonia post-sovietica, dove regnano povertà e degrado.

Lo scenario che si presenta è uno scenario ricorrente in tutto l’Est Europa, dal momento che le zone di periferia o comunque non centrali dei Paesi che hanno subito l’influenza dell’URSS hanno talmente tanto in comune (basti pensare all’architettura) da non poter permettere praticamente alcuna distinzione visiva tra loro. Il racconto, immerso nella disperazione del luogo che si percepisce visivamente ed emotivamente nelle persone, si apre con la speranza, che sarà leitmotiv dell’intera storia. Lilja vive con la madre e il suo compagno, i quali decidono di partire per gli Stati Uniti per iniziare una nuova vita tutti e tre insieme; ciò fa nascere in Lilja un entusiasmo senza pari, tanto forte da sfociare in un’ostentazione con i coetanei dell’incredibile possibilità capitatale. Passato qualche giorno, però, arriva una notizia che per Lilja sarà una doccia fredda: la madre decide di lasciare la figlia in Estonia, mostrando per lei un graduale disinteresse, che culminerà nella rinuncia alla patria potestà sulla giovane.

 

 

Ha inizio così il dramma familiare che affonda le radici in due terreni tra loro interconnessi. Il primo, strettamente collegato alla vicenda, è quello legato al motivo dell’abbandono: Lilja è stata frutto di una gravidanza indesiderata, nata dall’unione della madre (in quel momento impiegata in una base di sottomarini a Paldiski) con un militare lì in servizio, il quale non si curerà minimamente (nonostante le iniziali richieste della madre) della figlia. Il secondo è da ricercare in un quadro molto più ampio, la cui interpretazione potrebbe quasi risultare un azzardo: il dramma personale che Lilja affronterà è riconducibile al “sistema politico” alla base della loro vita, nonché alla sua inefficienza nell’applicazione sulla realtà concreta.

Il bisogno di libertà e l’inevitabilità di una vita ancora contaminata dal retaggio socialista alimentano quella che è un’insoddisfazione collettiva, che si origina nei primi momenti dell’età adulta e che sfocia nei comportamenti più vari, in quella che diviene una vita d’eccessi allo scopo di sfuggire alla dura realtà: abuso di droghe (spesso anche casalinghe, vedesi il consumo di colla nel film), alcol e sesso. Nella maggior parte dei casi, se non in tutti, questa leggerezza necessaria alla sopravvivenza al mondo esterno porta alla disperazione e ad azioni che altro non fanno che complicare la posizione già difficile in cui l’individuo si trova, come ad esempio il caso di una gravidanza indesiderata.

D’altra parte, è giusto anche considerare che un evento del genere può scaturire in maniera semplicistica dal desiderio d’una vita migliore, perché mediante un simile impegno, soprattutto nel caso della madre di Lilja, vista la posizione del padre della ragazza, la quotidianità familiare avrebbe potuto assumere le sembianze di una vita ormai “sistemata”. Ciò non toglie che anche quest’ultima ipotesi sia riconducibile al disagio creato alla base dal sistema politico: esso segue un corso verticale dall’alto verso il basso, attraversando società, famiglia e ambienti adiacenti e trasformandosi infine nel dramma individuale della sedicenne.

 

 

Inizia quindi la nuova vita di Lilja, caratterizzata da una sempre crescente consapevolezza della propria solitudine. Costretta a trasferirsi in una casa in condizioni fatiscenti per mancanza di soldi, continuerà a frequentare gli amici, tra i quali c’è Volodja, visibilmente più giovane di lei; i due trascorrono le serate in un clima apparentemente felice con gli altri compagni, o che comunque corrisponde al loro ideale di divertimento in comunità, ovvero tra bevute, sesso e consumo di colla. I forti problemi economici avvicineranno Lilja, grazie all’”aiuto” della sua migliore amica, al mondo della prostituzione. Nel frattempo, cresce la sua amicizia con Volodja, e i due sono a tutti gli effetti una famiglia.

Anche Volodja viene da una situazione familiare complicata, poiché, nonostante la giovane età, si ritrova spesso senza un tetto sopra la testa a causa dei deliri del padre alcolizzato, ai quali il giovane reagisce di conseguenza: si trasferisce in una vecchia base di sottomarini, mentre a volte dorme a casa di Lilja. La sedicenne continua a frequentare l’ambiente della prostituzione per mantenersi; in alcune scene si nota con che naturalezza le stesse persone (i famosi “insospettabili” nella vita di tutti i giorni), vedendola tornare a casa, la fermino per chiederle di passare la notte con loro.
L’ideale di divertimento già citato, le situazioni familiari di Lilja e di Volodja, i comportamenti quotidiani legati alla facile sottomissione della figura femminile e il modo con cui vengono vissuti ed affrontati questi elementi delineano la normalità vigente in questa specifica società, una realtà comune a moltissimi giovani alla quale essi, nella maggior parte dei casi, si adeguano.

La sopravvivenza ad ogni costo, però, distrugge emotivamente Lilja, finché non ricompare la speranza: è ancora una volta l’Occidente, non proprio quello geografico, ma quello, se si può così definire, politico e mentale. Una notte un ragazzo, Andrej, le dà un passaggio per tornare a casa, mostrandosi gentile e senza abusare di lei. Lilja vede in lui dell’umanità e, a poco poco, vi s’aggrappa come non aveva mai fatto. Il loro rapporto scatena il disappunto di Volodja, che cerca di metterla in guardia; ma sarà inutile, poiché dopo un breve periodo Lilja decide di trasferirsi da Andrej in Svezia, sognando una nuova vita. Timidamente proverà a convincere il ragazzo a portare con sé Volodja, ma senza successo, finendo per partire senza di lui. Un contrattempo (a detta di Andrej) ritarderà l’arrivo di quest’ultimo in Svezia, per cui Lilja parte da sola, attesa da un amico del ragazzo. L’incubo inizia e in parte si ripete: Andrej fa parte di un’organizzazione di trafficanti di esseri umani, che affida Lilja ad un losco individuo che la terrà segregata in una casa a Malmö e la costringerà nuovamente a prostituirsi.

 

 

In diverse scene si nota, sia in Estonia che in Svezia, Lilja che prega davanti ad un piccolo dipinto che porta con sé in tutti i suoi spostamenti: la fede in Dio va di pari passo con la speranza nell’Occidente e in una vita migliore, finché non giunge all’esasperazione, ad una soluzione estrema. Allo stesso modo, la caduta della fede preannuncia la caduta della speranza e della vita. Il tanto sognato “Occidente” si rivela ostile tanto quanto la terra natia, nonostante la parvenza di una vita migliore basata su principi etici e sociali lontani, più liberali rispetto a quelli conosciuti fino a quel momento. Volodja, dall’alto della sua innocenza e purezza, si toglie la vita per l’insopportabile vuoto lasciatogli dall’amica.

Finalmente la ragazza, dopo un periodo di prigionia e abusi sessuali, riuscirà a fuggire al suo rapitore: dopo aver raggiunto un ponte nelle vicinanze, Lilja, o meglio, Dangoulė, si toglie la vita a Malmö all’età di 16 anni. Moodysson mostra la cruda realtà degli ambienti post-sovietici, spesso caratterizzati, al tempo, da tratti di vita comuni come la disperazione, la povertà, la quasi predestinazione ad un’esistenza grigia, di cui ancora oggi si possono trovare tracce. La pellicola, però, vuole essere una critica a tutto tondo dell’intera società odierna, senza differenza di pensiero o stampo politico: Lilja vede l’unico vero barlume di umanità e di speranza in Volodja, la sola ragione per cui valeva veramente la pena vivere, poiché la stessa parola umanità implica un concetto di pluralità, società, solidarietà e quindi di vita in condivisione.

Senza Lilja, Volodja muore; senza Volodja, Lilja muore. La speranza, quindi, non dev’essere riposta nel sistema, poiché è stato provato il suo disinteresse o almeno la sua poca efficienza verso il benestare del singolo; va invece riposta nell’individuo e, di conseguenza, nella collettività. La soluzione ultima che emerge dal film e dalla forte testimonianza di Dangoulė sta nella vera vita di comunità, sottolineata dal gesto estremo che ne evidenzia la sua mancanza, ricercando quel che Giacomo Leopardi in fin di vita chiamò social catena.

 

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