Černobyl’: la morte che viene da sotto terra e aleggia nell’aria

29/04/2020Sergio Lanzarini

La rievocazione di un’immagine nella propria mente, ecco cos’è un ricordo: una fusione di forme, colori, sapori e sensazioni che dal vuoto del passato tornano per abitare il presente, in una realtà tanto astratta quanto concreta. Noi tutti siamo circondati da ricordi; viviamo ogni singolo giorno senza mai smettere di evocare ciò che è stato. Lo facciamo sia con i più piccoli e insignificanti oggetti della nostra quotidianità, sia quando percorriamo le vie di città aggirando grandi e antichi monumenti.

Non c’è una grande differenza, di fatto. Ciò che cambiano sono semplicemente le attenzioni che noi personalmente decidiamo di concedere a un tipo di ricordo piuttosto che l’altro, e la natura con cui essi si manifestano: privata (del singolo individuo) o collettiva (dell’intero genere umano). Sicché possiamo, ad esempio, riconoscerne di intimi nelle vecchie fotografie di famiglia, e dei collettivi nei monumenti che hanno svolto ruoli da protagonisti nella storia dell’umanità. E solo in pochi casi, solo per alcune persone al mondo, i ricordi possono essere collettivi e privati allo stesso tempo, e quando ciò accade, allora si parla di testimonianze, di occhi aperti sul passato, di un eco destinato forse a svanire, di uomini scomparsi o vicini a esserlo — come i «černobyl’iani».

 

Tutte le fotografie di questo articolo sono state scattate da Igor Kostin, fotografo di Kiev che ha documentato la tragedia sul posto nel 1986.

 

Oggettivamente, quante storie abbiamo sentito su Černobyl’? La Zona che brulica di muta-forma, di esseri umani sopravvissuti a tragici esperimenti di laboratorio e trasformazioni di morti-viventi… Una sceneggiatura “da Oscar” che ha dato vita alla rinomata pellicola horror Chernobyl Diaries — ad esser sinceri, niente di più ridicolo, offensivo e aberrante. Perché dico questo? In realtà, non vorrei rispondere a questa domanda elencando gli innumerevoli motivi per cui sconsiglio a chiunque la visione di questo film, nemmeno come svago fine a se stesso e privo di attenzione intellettuale. Personalmente ritengo, invece, sia più giusto concentrarsi su Černobyl’ stesso (da intendere qui come fenomeno storico-sociale) e domandarsi quale significato si celi dietro questo nome, tanto celebre quanto ingiustamente sottovalutato. Potremmo ipotizzare si tratti di una piccola parentesi nella storia dell’uomo, nata per la gioia degli amanti del cinema horror. O magari la nuova meta da sogno per ghostbusters e avventurieri assetati di adrenalina. O addirittura, la nuova porta per il mondo degli Inferi. Sono desolato per i fan dell’horror cinematografico, che avranno certamente apprezzato Chernobyl Diaries, ma Černobyl’ non fu (e non è) niente di tutto ciò. Eventualmente, una sola definizione fra quelle citate potrebbe essere appropriata, ossia l’Inferno, perché per trentasei ore, per centosedicimila persone (e anche più) Černobyl’ fu l’Inferno.

Conosciamo già Svetlana Aleksievič. Giornalista sovietico-bielorussa, vincitrice del Premio Nobel per la Letteratura nel 2015, autrice di reportage di successo quali La guerra non ha il volto di donna, Gli ultimi testimoni, Ragazzi di zinco e Tempo di seconda mano; dissidente politica e una delle numerose vittime del despotismo di Aleksandr Lukašenko, l’attuale presidente della Bielorussia. Già dai titoli delle opere menzionate potremmo intuire che Svetlana Aleksievič non dev’essere la tipica giornalista alla ricerca dell’articolo perfetto, che sogna di far carriera facilmente, che si adegua alle indicazioni impartite dai piani alti. Insomma, una giornalista che narra di guerre, denuncia totalitarismi e descrive disastri nucleari, usufruendo delle parole di testimoni diretti, non può essere una giornalista ordinaria. Di fatto, credo che dovremmo ritenerci fortunati ad avere una scrittrice come la Aleksievič, fortunati di poter leggere un reportage autentico come Preghiera per Černobyl’, e non è una questione di personale gusto letterario, o mera riconoscenza di buone capacità tecniche di narrazione. L’unico fattore essenziale in questo caso è la memoria, ovvero l’insieme di ricordi che conducono a delle verità appartenenti alla storia del genere umano — verità che possono essere scomode talvolta, eppure impossibili da rinnegare o sostituire con (poco convincenti) storie dell’orrore. Perciò, abbandoniamo l’idea che Černobyl’ sia oggi solo un’attrazione turistica, un passato a noi estraneo. Lasciamo che Černobyl’ diventi un ricordo collettivo, non solo dei «černobyl’iani» dimenticati dal resto del mondo, ma anche nostro, di noi che siamo già le “future generazioni”.

 

Dei liquidatori mentre puliscono il tetto del reattore 3. All’inizio si cercò di utilizzare delle macchine per rimuovere i detriti radioattivi, ma queste venivano irreparabilmente danneggiate dalle radiazioni. Le autorità decisero di impiegare manodopera umana, ma i liquidatori non potevano lavorare per più di quaranta secondi prima di raggiungere il livello massimo di radioattività che un corpo umano poteva sopportare. Moltissimi dei liquidatori sono morti o hanno poi riscontrato gravi problemi di salute.

 

Ljudmila Ignatenko era giovane e felicemente sposata, ed era incinta. Vasilij Ignatenko era giovane e felicemente sposato, futuro padre della bambina di Ljudmila. Entrambi, sfortunatamente, vivevano nella cittadina di Pripjat’. Nella notte fra il 25 e il 26 aprile del 1986 Černobyl’ diventava l’Inferno. Non si sapeva come, non si sapeva perché, ma qualcosa era andato storto, e due reattori della centrale nucleare di Černobyl’ erano in fiamme. Pripjat’ era distante solo qualche chilometro. Vasilij era un vigile del fuoco, non sapeva ancora che un giorno sarebbe stato ricordato come un eroe. In quel fatidico 26 aprile Ljudmila e Vasilij Ignatenko, insieme a tutte le persone che si trovavano in quel “posto sbagliato al momento sbagliato”, andavano a formare un popolo a sé stante da quello sovietico — un popolo che il resto del mondo avrebbe ben presto imparato a commiserare e temere: i «černobyl’iani». Ovvero, tutte quelle persone costrette, da un momento all’altro, ad abbandonare la propria terra a causa di una minaccia mai affrontata prima, un nemico di cui non si sapeva nulla, senza volto, senza odore, senza colore. E la mancanza di una prova tangibile faceva sì che chiunque, senza eccezioni, dai ranghi più bassi a quelli più alti, venisse colto da un senso di impreparatezza di fronte a un tale rischio di natura e potenza sconosciuta.

Noi, che viviamo nel presente, sappiamo cos’è la fusione nucleare (anche se solo superficialmente), conosciamo il duplice potere che ne deriva: energia e distruzione; sappiamo cosa sono le radiazioni, sappiamo che esse non conoscono barriere, che si propagano dovunque intaccando come un tumore qualsiasi cosa incontrino purché sia fatta di materia, proprio come il corpo umano. D’altra parte, i «černobyl’iani» costretti a lasciare Pripjat’ erano solo un gruppo di persone inesperte che non potevano fare nulla se non mettere la propria vita nelle mani di uomini di partito — persone che teoricamente dovevano tutelare i cittadini, ma che di fatto temevano di dichiarare pubblicamente l’accaduto, poiché ciò avrebbe implicato indagini su ulteriori sbagli commessi anni addietro. La conseguenza di tutto ciò fu il vero “Černobyl’”: il corpo umano divorato da neoplasie, anemia, infezioni, emorragie interne, ulcere intestinali, tumori all’apparato riproduttivo e digerente, pelli e tessuti interni carbonizzati come toccati dal fuoco. Uomini e donne che sembravano tutto ciò che era più lontano da un essere umano e più vicino a un cadavere decomposto. Ecco cosa fu Černobyl’ veramente… La morte che fluttuava nell’aria, che risaliva da sotto terra, che ti ingannava nascondendosi nell’ossigeno che inspiravi, nel cibo che mangiavi, negli animali che ti accompagnavano, nelle bambole con cui giocavi, in qualunque cosa ti circondasse, che tu riuscissi a vederla o meno.

Senza mai retrocedere, con enorme rispetto e altrettanto coraggio, Svetlana Aleksievič si prestò con Preghiera per Černobyl’ a orecchio attento e voce fedele per quei «černobyl’iani» che furono dimenticati allora, e che, purtroppo, pare si trovino nel medesimo limbo anche oggigiorno. E così, ciascuno di noi, oggi, ha la possibilità di essere partecipe di quella realtà, di quel dolore, del coraggio dei «liquidatori» che — consapevoli delle inevitabili conseguenze — si sacrificarono per salvare ciò che restava della centrale nucleare e della popolazione locale. Raccontare di questi atti eroici (e non) è stato anche l’obiettivo dei produttori della recentissima serie-tv Chernobyl, firmata HBO, i quali hanno scritturato ben capaci e pluripremiati interpreti del cinema come Jared Harris, Jessie Buckley, Stellan Skarsgård e la formidabile compositrice Hildur Guđnadóttir. In generale, si può affermare che Chernobyl sia una buona fonte di informazioni, soprattutto per quel che riguarda la mal gestione della crisi da parte delle autorità governative, il vizio di queste di insabbiare le prove degli errori commessi, e le ricerche postume che aiutarono a comprendere le proprie e altrui responsabilità. Allo stesso tempo però, è da notare che la serie- tv Chernobyl propone una versione veloce, sicura e ben organizzata della “decontaminazione” di Pripjat’, sebbene la realtà dei fatti all’epoca fosse assai differente, sia per i comuni cittadini che per i cosiddetti «liquidatori» (militari addetti alla “pulizia” della centrale nucleare e delle zone antistanti). I produttori della HBO, per esempio, hanno rappresentato questi ultimi così come essi risulterebbero al giorno d’oggi, quindi con attrezzature e abbigliamenti relativamente moderni, presumibilmente adeguati all’emergenza in essere; ma sono i «liquidatori» in persona a rivelare alla Aleksievič che, in verità, le condizioni di sicurezza erano come inesistenti, e che il loro equipaggiamento prevedeva di fatto solo una banalissima divisa militare.

 

Fotografia scattata alla clinica numero 6 di Mosca, specializzata nel trattamento delle radiazioni. Il medico sta esaminando il paziente in una stanza sterile, all’interno di un box con aria condizionata e aperture create appositamente per evitare il contatto diretto con le radiazioni. 

 

A questo punto dovrebbe essere ormai chiaro che il disastro di Černobyl’ (spesso denominato erroneamente “incidente”) fu un fenomeno ben lontano da come siamo soliti immaginare noi che viviamo nel XXI secolo, magari proprio perché sotto l’influenza di fittizi esempi cinematografici come Chernobyl Diaries.

Riflettiamo, piuttosto, su come Černobyl’ fu vissuto dai «černobyl’iani» stessi. Pensiamo al popolo sovietico: un popolo che combatté la seconda guerra mondiale, che riconobbe questa come peggior incubo per l’umanità, che imparò ad associare la morte al rumore di un aereo, al fischio di una bomba, al cigolio di un carro armato, al confronto armato con lo straniero; e questo stesso popolo, a Černobyl’, si ritrovò improvvisamente a dover temere un fantasma, senza poter davvero contare sull’aiuto delle autorità competenti. Forse, il popolo sovietico sarebbe stato in grado di vincere un terzo conflitto mondiale, magari avrebbe potuto trasformare l’URSS nell’unica potenza militare ed economica del mondo, e un’URSS del XXI secolo avrebbe potuto sconfiggere il terrorismo medio-orientale nella metà del tempo che hanno impiegato gli alleati della NATO.

Ma se il nemico non ha né voce né bandiera, allora come lo si combatte? Come spiegare a un bambino che il suo pallone preferito può ucciderlo? Come spiegare a un contadino, il quale vive dei prodotti della terra, che quella stessa terra può ucciderlo? Come spiegare a una madre che lei sta uccidendo il bambino in grembo? Come spiegarle che lo sta condannando a una vita di sofferenze? Come chiederle di non amarlo? Come chiederle di sopprimere quella vita? La verità è che nessuno sapeva come spiegare che là fuori, nell’aria, c’era qualcosa di più potente di un fucile caricato, di più potente dell’amore materno.

 

Un bulldozer mentre scava una fossa davanti a un’abitazione prima di demolire l’edificio e coprirlo con la terra. Tale metodo veniva applicato a interi villaggi contaminati dopo l’incidente nucleare. 

 

Nessuno sapeva come affrontare la realtà che si era creata, l’uomo non sapeva come rimediare al proprio errore, non sapeva come richiudere quelle porte infernali. Ecco cosa fu Černobyl’. Ecco perché è così importante il lavoro compiuto da Svetlana Aleksievič. Perché, purtroppo, quelle porte infernali non si sono mai chiuse veramente; né a Černobyl’ né nella mente di chi ha vissuto Černobyl’ sulla pelle. Perché nessuno può garantire che lo stesso errore non venga commesso nuovamente, che l’uomo non si nasconda ancora alle proprie responsabilità. Perché nessuno può promettere che un esodo černobyl’iano non si ripeta da qualche altra parte nel mondo, che la morte non risalga ancora da sotto terra e ritorni ad aleggiare nell’aria.

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