L’arte di amare: scorcio sulla figura femminile di ieri e di oggi in Polonia

23/04/2020Alessio Mangiapelo

In tutto il mondo, oggi è più che mai attuale il dibattito sulla tematica di genere, in particolare sui diritti relativi alla parità dei sessi e i temi ad essa legati. I tempi che corrono sono colmi di incertezze che si riflettono in maniera non indifferente sulla nostra politica, sulla nostra economia e sulla nostra società, intaccando la quotidianità di ognuno.

In questo marasma ideologico, a risentirne di più sembra essere innanzitutto l’individuo, ma analizzando il fenomeno in una prospettiva più ampia si nota come ad esserne colpite siano categorie specifiche: entrando nel merito dei Paesi est europei, attualmente in Polonia a soffrirne di più è l’ambiente femminile. La causa? Si discute ancora sulla questione dell’aborto e sulla legge che lo regolamenta.

Da tempo ormai sul territorio polacco si trattano questioni delicate come i diritti civili e la parità di genere, ma proprio negli ultimi giorni, col dilagare dell’epidemia di COVID-19, c’è stata una presa di posizione da parte del PiS (Prawo i Sprawiedliwość, ovvero “Diritto e Giustizia”), partito di destra di ispirazione conservatrice clericale a governo del Paese, che ha scosso l’opinione pubblica in tutta Europa. Il PiS ha infatti rinnovato la volontà di applicare severe restrizioni sulla pratica dell’aborto, volontà precedentemente espressa a partire dal 2016 con una proposta per la completa eliminazione di questa possibilità. Tale provvedimento ha provocato un nuovo moto d’opposizione da parte dei cittadini, soprattutto da parte della compagine femminile, che, come anche già fatto in passato. ha cercato di contrastare l’idea con ogni forma di protesta al momento consentita. Oggi, l’unica grande differenza è l’impossibilità di scendere in piazza a manifestare come di consueto, visto il momento di crisi che stiamo attraversando.

La tematica di cui tanto si discute in questi giorni, come già detto poc’anzi, non è nuova e soprattutto non è fine a se stessa, dal momento che rientra in un quadro molto più esteso: nel nostro caso, possiamo ricercare le sue radici nel secolo scorso nella PRL, la Polska Rzeczpospolita Ludowa (“Repubblica Popolare di Polonia”).

 

Michalina Wisłocka (Magdalena Boczarska) al Dipartimento di Cultura in Sztuka Kochania

 

Parliamo oggi della storia di Michalina Wisłocka, ginecologa e sessuologa polacca conosciuta per l’enorme contributo scientifico apportato negli allora Paesi d’influenza comunista. Il suo operato ricopre un ruolo talmente importante da essere stato in grado di avviare ai tempi una vera e propria rivoluzione sessuale, raccontata nel film L’arte di amare. Storia di Michalina Wisłocka (in polacco Sztuka kochania. Historia Michaliny Wisłockiej, 2017) di Maria Sadowska, disponibile in streaming su Netflix, il cui titolo non è altro che un omaggio all’omonimo libro pubblicato nel 1978 dalla stessa Wisłocka. Proprio questo testo e le conquiste ottenute grazie ad esso permisero infatti questa svolta epocale.

Il film si svolge su due differenti piani temporali: uno, ambientato a partire dall’inizio degli anni Settanta, apre il racconto con le lotte per la pubblicazione del libro della dottoressa Wisłocka, mentre l’altro, che racconta l’intimità della giovane Michalina, si alterna al primo per esporre la nascita e lo sviluppo della causa per cui si batte. Ciò che immediatamente salta all’occhio dello spettatore è il carattere della protagonista, contraddistinto da una determinazione e uno stacanovismo fuori dal comune, nonché la sua apertura mentale così orientata verso il progresso da apparire, in quell’ambiente di ostilità e censura, quasi anacronistica. Il corpo femminile e la sua valorizzazione saranno gli stendardi di una vera e propria battaglia a favore dell’educazione e del cambiamento della figura della donna all’interno della società.
Una simile rivoluzione, però, doveva innanzitutto svecchiare la concezione che si aveva del sesso e dei suoi tabù da entrambe le parti, sia quella maschile, convinta ciecamente della propria supremazia gerarchica in ambito sessuale, che quella femminile, completamente all’oscuro del funzionamento del proprio corpo e del proprio piacere. Bisognava dimostrare la parità tra sessi anche nel sesso: la donna può provare piacere quanto il suo partner durante l’atto, che non può essere più considerato solo uno sfogo né tantomeno un istinto appartenente esclusivamente all’uomo. Spesso, infatti, le donne non erano nemmeno a conoscenza delle pratiche inerenti all’autoerotismo, che venivano considerate immorali.

 

Michalina (Magdalena Boczarska) in Sztuka Kochania

 

Nel 1939 a Łódź, insieme all’amica Wanda, conosce il suo futuro marito Stanisław, biologo che sposò poi nel 1941 a Varsavia. Scampati alla deportazione nazista grazie all’aiuto della stessa Wanda, i tre intraprendono una relazione poliamorosa.
Michalina concepisce il sesso come parte dell’amore, ma al tempo stesso riesce a considerarlo anche un atto legato alla soddisfazione di un bisogno fisiologico. Su questa base nasce il rapporto, nel quale Michalina vede se stessa e Staszek come uniti da un vincolo fisico e spirituale, mentre Staszek e Wanda, perlomeno in teoria, da un vincolo puramente fisico. Nel film, la relazione viene rappresentata –almeno inizialmente– come un rapporto di convivenza basato sull’assoluta parità fra individui. Tuttavia, questa visione idilliaca verrà smentita da Krystyna, la figlia di Wisłocka: se nel film si notano scene in cui i tre ballano insieme, si abbracciano e vivono nell’ilarità, dando l’idea di una vera famiglia unita, stando a quanto dichiarato da Krystyna, Wanda viveva invece in una stanza separata dove si occupava di tutte le faccende di casa, intrattenendo con Staszek un rapporto personale e separato. Non era insomma un ménage à trois completamente funzionale: le dinamiche sembrano essere più complicate di quanto raccontato.

Passato un po’ di tempo, Michalina e Wanda rimangono incinte quasi contemporaneamente e, soprattutto, in maniera non voluta. L’evento scatena nello spettatore una riflessione istintiva sulla legittimità dell’aborto e sull’uso dei contraccettivi, un tema del tutto attuale, come già preannunciato, che ricorre per tutta la durata del film. L’utilizzo dei contraccettivi e la legalizzazione dell’aborto si ergono perciò a necessità sociali, poiché in grado di salvare vita e integrità mentale di una ragazza: tanti sono stati e continuano ad essere gli episodi di aborti svolti nella clandestinità domestica, che mettono a serio rischio la vita della donna. Successivamente, infatti, si vedrà la dottoressa spiegare in uno dei suoi incontri informativi l’importanza della prevenzione: avere la possibilità di decidere quando avere un figlio è infatti, secondo Wisłocka, il modo migliore per assicurare una buona vita alla prole e ai genitori stessi. Ciononostante, le difficoltà legate alla pratica dell’aborto e la completa assenza di contraccettivi porteranno le donne a concludere le proprie gravidanze e a tenere entrambi i pargoli. Il trio dunque avrà due bambini, uno di Michalina (la già menzionata Krystyna) e uno di Wanda (Krzysztof), registrati con facilità nella confusione del dopoguerra come gemelli partoriti entrambi da Michalina.

Nel 1955 Michalina è dottoranda a Białystok; per questo motivo, spesso non è a Varsavia con il resto della famiglia. Come prevedibile, nel giro di qualche anno sopraggiunge un momento di forte crisi che porterà con sé dei cambiamenti radicali: in seguito a delle discussioni, si scoprirà che Stanisław è innamorato di Wanda. Questa dichiarazione rivelerà un inaspettato lato egoistico dell’eroina, che arriverà a dire al marito: “Dovevi andare a letto con lei e amare me”.
La reazione di Michalina è frutto di una visione del mondo alquanto materialista, che fa trapelare il suo disperato tentativo di mantenere un’esclusività assoluta all’interno del rapporto. Così Wanda, stanca di dover essere la seconda scelta di qualcuno, andrà via con il figlio, ancora all’oscuro dell’intera situazione, mentre Staszek verrà cacciato di casa e sparirà completamente dalle loro vite.

 

Jurek (Eryk Lubos) e Michalina (Magdalena Boczarska) in Sztuka Kochania

 

A partire dal 1958 Wisłocka lavora in una piccola clinica di campagna a Lubniewice, dove conosce Jurek, ex marinaio che si occupa dell’attività fisica dei pazienti: per Michalina ha inizio una nuova stagione d’amore. I due si amano molto: sarà la storia più importante della sua vita. Jurek, però, è sposato e ha una figlia; a lungo andare questa situazione alimenterà il suo dramma personale portando poi la coppia a separarsi. Tornando a Varsavia, Michalina dovrà finalmente affrontare la questione della maternità dei figli: il giovane Krzysztof scappa da casa di Wanda, in cerca di risposte e conforto. Dopo essere venuto a conoscenza della verità si trasferirà definitivamente dalla madre naturale.

Dopo un salto temporale arriviamo negli anni Settanta, dove la dottoressa si ritrova davanti a quello che è l’apparato burocratico comunista, con l’intricata logica che vi si nasconde dietro. Sono molte le donne che la sostengono e che la aiutano nel suo progetto editoriale, ma qualunque tipo di appoggio comune non ha alcun potere davanti alla macchina dello Stato. Michalina inizia quindi la sua battaglia per la pubblicazione: saranno diversi gli incontri con il Dipartimento di Cultura del Partito, cui seguirà anche un colloquio con la Chiesa: purtroppo, si risolveranno tutti con esito negativo.

Tuttavia, grazie all’appoggio della giovane amica Tereska, Michalina si rivolge a diverse redazioni, trovandone poi finalmente una disposta a pubblicare, seppur a puntate, il suo libro. Una delle frasi che colpisce e che soprattutto permette di capire il ruolo della donna polacca in quella società è la seguente, pronunciata durante uno dei colloqui con i funzionari del Dipartimento di Cultura: “C’era tra i recensori una singola donna?”.
In questa frase, consapevolmente o inconsapevolmente, si racchiudono i due grandi problemi che la sua rivoluzione deve affrontare: ci si riferisce al fatto che finora a scrivere sull’anatomia femminile siano stati solo ed esclusivamente gli uomini, evidenziando un problema legato alla mancanza di esperienza personale in materia, come anche il dominio dell’uomo sulla donna nei ruoli in società. L’obiettivo che si pone questa battaglia è pertanto quello di cambiare sotto ogni punto di vista il ruolo della donna agli occhi dell’uomo: ciò è possibile, seguendo il pensiero di Michalina, grazie ad una cooperazione tra le due parti.

 

Michalina Wisłocka (Magdalena Boczarska) mentre protesta al Dipartimento di Cultura in Sztuka Kochania.

 

Un aspetto interessante da considerare è infatti quanto la battaglia portata avanti dalla Wisłocka si sia rivelata necessaria per l’intera società. L’informazione riguardo l’anatomia femminile e il suo funzionamento è vitale tanto per le donne quanto per gli uomini, poiché alle volte è proprio la figura maschile a rivelare problemi nel rapporto sia fisico che sentimentale, legati fondamentalmente all’ignoranza e alla presunzione in materia. L’obiettivo del libro, magistralmente insito nel titolo stesso grazie alla formula “L’arte di amare”, è infatti quello di favorire una crescita costante e parallela della coppia, unendo fisicità e sentimento. L’intento dell’opera, il benessere della gente comune, sarà una delle argomentazioni più forti a disposizione di Wisłocka nella lotta contro il Partito e contro l’irremovibile morale cattolica per la pubblicazione del suo libro.

Il libro riscuote una grande eco, sia positiva che negativa. Continua la trattativa con il Partito per la pubblicazione ufficiale, ma l’autrice non vuole piegarsi alla censura: ancora una volta dà prova del proprio carattere impaziente, volitivo e incapace di scendere a compromessi. Lo si nota soprattutto nello scambio di battute con Tereska, in cui si riconosce la voce di una donna stanca di non riuscire ad ottenere ciò che le spetta. L’intero manuale di Wisłocka, però, inizia a circolare clandestinamente e ottiene un forte successo.

Qual è stata, però, la scintilla che ha reso possibile tutto questo? Che cosa ha spinto Michalina Wisłocka a gettarsi in un’impresa così ardita? Negli anni Settanta,  Michalina viene a conoscenza della morte di Jurek. È qui che nel film le linee temporali convergono: la dottoressa, appresa la notizia, decide di dedicarsi alla stesura del libro, che uscirà poi nel 1976. Sarà proprio lei a riassumere perfettamente l’essenza di questo e della sua vita: “Un tempo credevo che il corpo non c’entrasse niente con l’amore. Ora stento a credere alla mia stupidità”.

In questa battaglia, come si può cogliere sia dal film di Sadowska, sia dal contesto dell’intera vicenda e dei suoi sviluppi storici, non intervengono solo forze puramente politiche o popolari. Un ruolo fondamentale è giocato dalla Chiesa cattolica, che da sempre ha mantenuto un’importante voce in capitolo negli affari della società polacca, anche, per quanto paradossale possa sembrare, durante gli anni del comunismo. Ad ogni modo, la sua influenza si è prevedibilmente fatta più marcata dopo la caduta della PRL. Spesso, infatti, è possibile identificare l’opposizione alla legge sulla legalizzazione dell’aborto con organizzazioni cattoliche, legate a loro volta all’ala conservatrice di destra.

Nel precedente articolo su Olga Tokarczuk abbiamo accennato all’influsso dell’ideologia religiosa sul mantenimento di un regime oppressivo. Ampliando questo discorso, è necessaria una breve digressione nel territorio della critica di genere alla religione, che è un elemento di importanza cruciale nell’ambiente polacco, fortemente cattolico. Come ogni scuola di pensiero, non si pone l’obiettivo di essere l’unica metodologia di analisi valida, ma mira a fornire strumenti nuovi per l’indagine di aspetti e sfumature non sempre considerati. L’intersezione tra teologia e studi di genere consente infatti una comprensione analitica di usi, tradizioni e credenze, nonché dell’influenza dell’istituzione religiosa stessa su temi di genere, mirando così alla critica e alla ridefinizione insieme di tutto questo portato culturale. Sebbene gli studi in materia siano transculturali, ossia non legati solamente al Cristianesimo, forniscono ugualmente degli ottimi spunti di riflessione sul tema.

Per iniziare, quella che definiamo parola di Dio ha sempre operato in un contesto fortemente gerarchico. La religione in sé, oltre ad essere disseminata di pregiudizi ed esclusione (se non addirittura svalutazione) femminile, ha portato alla creazione di una serie di simbologie che tuttora vengono ritenuti concetti validi, primo fra tutti l’androcentrismo su cui poggia il concetto di un Dio padre unico e di genere maschile. La figura femminile è sempre stata al centro di una dicotomia che la vede da un lato come una donna pura, domestica e mansueta; dall’altro come origine del peccato, la peggiore delle insidie in cui un uomo può incorrere. Il piano esclusivamente testuale di questa gerarchia e di questa marginalizzazione si è concretizzato nelle istituzioni della Chiesa, che hanno contribuito a plasmare la cultura occidentale, in particolar modo quella polacca.

Alle ricerche e all’impegno di Michalina viene incontro una fetta particolare di questo campo di studi, l’epistemologia degli studi di genere. Le domande poste da tale disciplina sono svariate e spaziano dalla presa in esame della natura delle credenze religiose all’impatto della spiritualità sul modo di concepire il corpo, argomento molto in linea con le ricerche della protagonista. È necessaria una riflessione sulle dinamiche di potere che intervengono sulla conoscenza e sulla percezione, una riflessione che porti ad una presa di coscienza più neutra, oggettiva e libera sul genere e sulla sessualità.

 

Michalina (Magdalena Boczarska) mentre spiega l’anatomia della vagina ad una paziente in Sztuka Kochania

 

E sempre a proposito di corpo, la questione pratica dell’aborto è uno dei campi di battaglia principali che si svolgono sul corpo femminile.

È curioso notare che l’unico momento in cui in Polonia compare la completa legalizzazione dell’aborto, tanto diffuso da essere praticato su richiesta, sia quello risalente all’occupazione nazista; nel 1943 venne promulgata una legge che consentiva alla donna un numero illimitato di aborti, presente sino a fine conflitto mondiale. All’inizio degli anni Cinquanta, l’aborto tornò sotto lo stretto controllo di un’equipe medica gestita direttamente dal Ministero della Salute: era consentito praticarlo solo se la gravidanza era frutto di uno stupro, di un incesto o se la ragazza era sotto i 15 anni. A decretarlo, ovviamente, doveva essere un alto funzionario, come un procuratore.

Poco dopo venne aggiunta la possibilità di aborto in caso di pericolo di vita della madre o del bambino; potevano inoltre esser tenute in considerazione le sue condizioni sociali. Anche qui l’aborto era una questione politica, dal momento che il tutto veniva deciso da un compagno dello Stato e, ai tempi, il concetto di verità era molto relativo, per non dire labile.

Nel 1977 il Polski Komitet Obrony Życia, Rodziny i Narodu (“Comitato a difesa della Vita, della Famiglia e del Popolo) propose una limitazione della legge vigente appoggiata da ben dodicimila firme, la quale venne poi respinta dal Ministero della Salute poiché la legge stessa permetteva un maggior controllo sulla pratica dei cosiddetti aborti “clandestini”. Nel 1987 il Klub Inteligencji Katolickiej (“Club dell’Intelligenza Cattolica”) propose delle nuove limitazioni in difesa dei diritti della famiglia, così come nel 1989 ne vennero proposte di nuove dalla Commissione episcopale polacca a difesa del bambino concepito. In entrambe le occasioni le proposte vennero discusse, senza però portare a significativi cambiamenti successivi.

Negli anni a venire (Novanta e Duemila) le condizioni di pratica dell’aborto non subiscono forti modifiche: vengono adattate a grandi linee le norme già vigenti alla Terza Repubblica Polacca (1993), fresca della promulgazione della Mała Konstytucja (“Piccola Costituzione” del 1992; la Costituzione “definitiva” verrà rilasciata nel 1997). L’aborto si può praticare in caso di messa a repentaglio della vita della madre e/o del bambino, in caso di presenza di patologie identificate negli esami prenatali e in caso di stupro. Nel 1997 la pratica viene contemplata anche in caso di problemi di natura sociale della donna, come in precedenza, poi però revocata dopo l’opposizione del Tribunale Costituzionale. Continua in egual modo l’imperterrito scontro tra parti: riassumendo, la destra vuole ridurre le possibilità di abortire, mentre la sinistra cerca invece di mettersi al passo delle altre nazioni chiedendo più libertà d’azione.

Nel 2016 lo scontro continuò prendendo forma tra la gente con i movimenti Stop Aborcji (“Stop all’aborto”) e Ratujmy Kobiety (“Salviamo le donne”). Il secondo nacque in risposta al primo: quest’ultimo presentava mezzo milione di firme a favore delle ennesime limitazioni; il piano proposto venne preso seriamente in considerazione dal Sejm polacco, scatenando una forte ondata di manifestazioni e proteste in tutto il paese. Su successivo suggerimento della commissione parlamentare, considerati anche i disagi creatisi, il progetto venne abbandonato. Nel 2017 fu il rinnovato movimento Ratujmy Kobiety 2017 a informare il parlamento della raccolta di circa quattrocentomila firme per cambiare la legge, proponendo la possibilità di interruzione della gravidanza fino alla dodicesima settimana, l’introduzione di corsi di educazione sessuale a partire dalle scuole elementari, l’emissione di una lista di medici non obiettori di coscienza e l’accesso ai contraccettivi d’emergenza senza bisogno di ricetta.

 

Manifestazione antiabortista in Polonia

 

I media cattolici e le organizzazioni pro-life non tardarono allora ad opporsi; conseguentemente il PiS, insieme ad altre forze politiche, chiese l’abolizione della legge sull’aborto promulgata nel 1993, poiché secondo loro incompatibile con la costituzione polacca. Poco dopo, il movimento Zatrzymaj Aborcję (“Ferma l’aborto”) sposò le idee e le proposte del PiS, proponendo il suo progetto e raccogliendo, secondo alcune fonti, più di ottocentomila firme. Il 10 gennaio 2018 il Sejm iniziò ad esaminare entrambi i documenti, scartando poco dopo quello di Ratujmy Kobiety 2017 e giudicando positivamente quello di Zatrzymaj Aborcję, nonché considerandolo pronto al riesame, fino ad arrivare ai giorni nostri.

Vista la situazione, l’attualità della storia di Michalina Wisłocka è innegabile, come innegabile è lo sconforto nel dover tornare periodicamente a parlare ancora di queste tematiche, nella continua speranza che ogni volta sia l’ultima. Ma per fortuna l’arte, in questo caso il cinema, può aiutare a mantenere viva la memoria e contrastare eventuali involuzioni del pensiero.

Sztuka kochania è però anche una storia di formazione, un film che racconta una crescita personale ben visibile nell’accostamento temporale operato dalla regista. La Michalina che incontriamo nel 1939 e negli anni immediatamente a venire è una ragazza che, sì, dall’esterno dà l’impressione di essere una donna forte e invulnerabile, ma è anche una giovane sognatrice che soffre come qualsiasi altra donna o uomo al mondo, lottando per la libertà propria e degli altri. Dicendo “degli altri” è giusto ricordare che nella rivoluzione sessuale portata avanti da Wisłocka non rientra solamente il genere femminile, ma anche quello maschile, che lo segue fianco a fianco. Entrambi i generi avevano bisogno all’epoca di una svolta di questo tipo ed entrambi i generi, ancora oggi, visti gli sviluppi e i dibattiti ancora in corso sull’argomento, hanno bisogno di una svolta simile.

Michalina Wisłocka

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