Consigli di lettura per la quarantena

21/03/2020Giorgia Maurovich

Questo periodo di isolamento forzato è un calvario per tutti. Bombardati da riletture collettive dei Promessi Sposi e pletore di meme su Shining, veniamo costantemente ricordati del fatto che, anche nella finzione, situazioni del genere non hanno mai un lieto fine. Ma accettiamo questa sfida: per evitare di vedervi imbracciare l’accetta come Jack Torrance (o, per restare più in tema, Raskol’nikov), abbiamo deciso di darvi dei consigli di lettura per la quarantena a tema Centro ed Est Europa.

Nei giorni scorsi abbiamo creato dei sondaggi sul nostro profilo Instagram, così da capire meglio come orientarci con i consigli. C’è stata l’unanimità per l’inserimento di saggi, poesia e graphic novel, ma la sfida tra mattoni e libri brevi è stata più divisiva. Poco male, perché abbiamo creato per voi una lista eterogenea, che abbraccia tutta l’Europa da Berlino a Mosca. Tuttavia, avendo scelto di suggerirvi “solo” dieci titoli, è d’uopo avvisarvi che alcuni testi, autrici, autori e aree sono -ahimè- rimasti da parte. Non è però detto che questo non possa diventare un appuntamento fisso, ovviamente, o almeno si spera, senza quarantena di mezzo.

Trovate i consigli sotto il taglio!

 

Europe Central di William Vollmann

(2019, Mondadori, trad. Gianni Pannofino, 1063 pp.)

 

Inauguriamo questa carrellata di suggerimenti con il mattone: Europe Central è un romanzo titanico, caleidoscopico, che riscrive in musica la narrativa classica della Seconda Guerra Mondiale al di fuori dell’ottica prettamente occidentale, e la racconta attraverso gli sguardi di personaggi chiave della Germania nazista e della Russia sovietica. Al centro di questa giostra vorticante troviamo la vita, l’amore e l’opera di Dmitrij Šostakovič, che fa da contrappunto alla macchina totalitaria di Stalin e alla frenesia wagneriana del Terzo Reich, culminando in una grottesca, solenne polifonia che confonde e rimescola continuamente i toni della guerra e della musica, unica sopravvissuta alla parabola discendente delle dittature del Novecento.

In questo vortice caotico di guerra e pace non esistono giudizi, né vincitori o vinti. Dall’artista tedesca Käthe Kollwitz, all’attentatrice rivoluzionaria Fanja Kaplan, a figure come Kurt Gerstein, Anna Achmatova e Andrej Vlasov, fino a Lenin e allo stesso Hitler, menzionato unicamente come Il sonnambulo (da una citazione del Mein Kampf), il lettore è partecipe dei turbamenti morali dei singoli e del loro popolo intero, ne vive sulla propria pelle le vicende sotto il fragore incessante della musica e delle bombe.

La prosa di Vollmann è densa, incalzante, frammentata; appartiene alla tradizione del nuovo, tentacolare romanzo americano consacrato da Philip Roth e David Foster Wallace. In questa confusione fluida e brulicante di demoni, diventa difficile separare il grottesco dal solenne, il brutale dal ridicolo. Tuttavia, Vollmann riesce a tratteggiare un affresco sfaccettato e capace di restituirci la speranza, la rassegnazione e l’assurdità degli eventi: proprio come Šostakovič, l’autore compone la sua sinfonia giustapponendo in rapidi movimenti a tenaglia le grida, gli spari, il dolore e la musica, la neve e le esplosioni, la grandiosità della storia e le vicende umane. Vollmann erige un monumento letterario pari a Vita e destino per le proporzioni ciclopiche, un monumento che una luminare del nostro tempo avrebbe a buon diritto definito musica (e il resto scompare).

 

 

La danza di Nataša – Storia della cultura russa (XVIII-XX secolo) di Orlando Figes

(2008, Einaudi, trad. Mario Marchetti, 611 pp.)

 

Se Arca russa di Sokurov fosse un libro, sarebbe sicuramente La danza di Nataša.

In questo saggio, Figes parte da un’intuizione di Tolstoj narrata in Guerra e pace per cercare di ricostruire una fisionomia del tessuto dell’anima russa nel corso dei secoli. A dare il titolo all’opera, infatti, è la scena in cui la contessina Nataša Rostova, ospite nella tenuta di campagna dello zio, si abbandona istintivamente ad una danza sulle note di una melodia contadina: esiste forse quindi una sensibilità innata, uno specifico temperamento russo capace di ricondurre ad un concetto di identità culturale comune di una nazione che, nel corso dei secoli abbracciati da Figes, era ancora scissa tra aristocratici, il più delle volte occidentalisti, e contadini; una nazione, insomma, ancora alla ricerca di se stessa?

Figes è ben consapevole dell’aura esotica e quasi mitizzata che la Russia ha esercitato nell’arco dei secoli sull’Occidente e sulla sua interpretazione, il più delle volte errata – o peggio, restituita mutila, del concetto di anima russa, soprattutto quando, prese in esame figure del calibro di Puškin, Gogol’, Kandinskij o Chagall, si considera l’enorme interdipendenza tra questo fantomatico “sostrato originario russo” e la cultura di matrice europea. Perché, e questo è ben chiaro già dall’introduzione, una cultura è più di una tradizione, è costituita di codici non scritti, di segni e simboli, di rituali e gesti che organizzano la vita interiore di una società.

Proprio per questo accanto all’arte, la musica, l’architettura, la storia e la letteratura, è la danza ad essere il leitmotiv dell’opera: dipanandosi dalle piroette bucoliche di Nataša allo straziante ritorno a Leningrado di Stravinskij, la danza è metafora cristallina dell’attaccamento istintuale all’inconscio collettivo della propria terra d’origine. Figes guida il lettore a passo di danza attraverso gli avvenimenti salienti dei secoli presi in esame,  percorre con accattivante maestria la storia russa dai Decabristi alle sanguinolente repressioni staliniane, attraversa le guerre napoleoniche e le avanguardie rivoluzionarie, profondendosi in aneddoti e descrizioni mai pedanti ad accompagnare il percorso. Non solo un saggio, quindi, ma un emozionante girotondo capace di risemantizzare quest’apparente dualità, trasformandola in un tutt’uno in grado di abbracciare tutta la Russia.

 

 

Epepe di Ferenc Karinthy

(2015, Adelphi, trad. Laura Sgarioto, 217 pp.)

 

In questo romanzo, consigliato spesso ma letto non altrettanto, Ferenc Karinthy riesce a dar vita al gotico linguistico, l’incubo ctonio di ogni glottologo, con una premessa semplicissima: il protagonista, il celebre linguista Budai, atteso come relatore ad una conferenza a Helsinki, si ritrova catapultato per errore in una città sconosciuta, gremita e gorgogliante di vita e di gente, ma -sfortunatamente- indecifrabile. Può sembrare curioso che un simile intreccio sia stato concepito da un Karinthy, un ungherese, abitante di una Budapest ben lontana dalla metropoli che Budai si trova ad affrontare. Tuttavia, la biografia di Karinthy ci rivela molti punti di contatto con il suo improbabile eroe, entrambi con una formazione da linguisti e un cospicuo bagaglio di esperienze di viaggio.

Le parole pronunciate dai passanti di questa giungla urbana scrosciano come torrenti di fonemi incomprensibili, e gli strani pittogrammi (rune? forse cunei?) che compongono gli oscuri geroglifici di questa giungla urbana non sembrano ricondurre ad alcun alfabeto esistente o esistito. Nessuno comprende né parla alcuna lingua, se non quel bizzarro, astruso conglomerato di sillabe a cui Budai non riesce ad attribuire un’identità. Un dedalo inespugnabile, insomma, una tragicommedia che non sembra avere vie di fuga, a maggior ragione se persino le competenze accademiche di Budai, massimo esperto di ricerca etimologica, si rivelano un buco nell’acqua. L’eroe versa in una condizione disperata: incapace di portare a termine le azioni più comuni, dal chiedere indicazioni al procurarsi del cibo, incappa nei più violenti movimenti delle masse, finendo vittima delle gesta epiche di folle in delirio che non riesce a capire.

Non sembra esserci antidoto a questa pletora di vicoli ciechi kafkiani: in un mondo dove la frenesia di massa sembra annientare l’individuo e la comunicazione autentica sembra impossibile, l’unico legame umano a rischiarare questa prospettiva fosca è quello con Epepe (e qui sta il tragico- Epepe, Ebebe, ma è davvero quello il suo nome? Si può davvero amare nell’incomunicabilità più totale?), operatrice dell’ascensore nell’albergo di Budai, a testimonianza che, in questo mondo terrificante, ci restano solo i legami che creiamo.

 

 

La testimonianza della poesia di Czesław Miłosz

(2013, Adelphi, trad. Andrea Ceccherelli, 169 pp.)

 

Per quanto l’idea iniziale fosse un altro testo dell’autore, ossia La mente prigioniera, strizzando così l’occhio alla nostra condizione esistenziale di queste settimane, abbiamo deciso di optare per La testimonianza della poesia. La domanda più ovvia, in questo caso, sarebbe “e di cosa tratta il libro?”. Ma la prima domanda che dovremmo porci è invece: “Che cos’è la poesia?”.

Ebbene, la poesia è un inseguimento appassionato del Reale: partendo da questo presupposto, inderogabile ed essenziale per la resistenza del senso di umanità di fronte alle catastrofi della storia, il premio Nobel Czesław Miłosz espone la propria visione etica e poetica sulla necessità storica, sulla letteratura e sul ruolo del poeta all’interno della società nel ciclo di conferenze qui raccolte, tenute all’Università di Harvard nei primi anni Ottanta. Elemento fondante di queste riflessioni di Miłosz è l’obbligatorietà di una riflessione sinergica che concili storia e poesia, l’una per custodire ed interpretare il flusso degli avvenimenti umani, l’altra per riuscire a trascendere la natura transitoria del tutto. Nel corso delle sei lezioni, Miłosz eviscera i principi costitutivi della poesia del Novecento alla ricerca del fine ultimo delle testimonianze del secolo, rivoltando come un guanto il percorso tortuoso della letteratura a ricercare l’unico possibile antidoto all’assenza di speranza: il Reale, sepolto in fondo alle macerie dell’incertezza storica.

È il confronto con la storia a permettere di restituire la poesia dalla sfera individuale a quella sociale, eterna, che ha da sempre accompagnato la grande famiglia umana nei suoi riti e miti. Spaziando dall’incertezza nella quale il culto della modernità ha gettato la sensibilità umana all’atavica disputa tra realismo e classicismo, tra vita e forma, Miłosz, attraverso la memoria della poesia tra le rovine della sua Europa, una poesia costruita sulla sofferenza e sulla contemplazione, giunge ad una definizione dell’atto poetico come un atto etico e consapevole, rifiutando la posizione di Adorno per cui la poesia non fosse più possibile dopo Auschwitz. È infatti in Sulla speranza, la sua ultima lezione, che Miłosz riflette stoicamente sulla necessità morale di aggrapparsi ancora alla speranza, di andare a testa alta oltre il disfacimento dei valori a cui si era ormai rassegnato il Novecento.

Ma, al di là di semplificazioni incaute, in Miłosz è proprio la fede ostinata nell’eterna e rinnovata possibilità di redenzione a rendere giustizia all’uomo dinanzi al confronto con la Storia e al di là delle contraddizioni del mondo contemporaneo. Una Storia che, per quanto crudele e rea di aver smascherato la futilità e l’instabilità delle azioni umane, può ancora offrirci, in ultimo, meraviglia e speranza.

 

 

La morte dei caprioli belli di Ota Pavel

(2013, Keller, trad. Barbara Zane, 158 pp.)

 

Una vera perlina sul fondo della letteratura ceca del secolo scorso, questo breve romanzo è una festosa celebrazione della vita anche nei momenti più bui. Scritto con l’ottimismo e l’immaginazione di un bambino, al quale tutte le cose del mondo sembrano grandi e luminose, La morte dei caprioli belli ha la struttura di un dolcissimo album di famiglia, dove le storie si intrecciano e creano un mosaico in cui l’ironia e la commozione riescono ad avere la meglio sulla crudeltà degli eventi storici narrati. Quella che per la storia si sarebbe facilmente tradotta in una tragedia diventa, grazie all’incredibile forza d’animo dell’autore, una fiaba dal sapore folclorico e picaresco.

Ota Pavel, al secolo Pavel Popper, figlio di madre cattolica e padre ebreo, fu l’unico della famiglia a salvarsi dalle deportazioni naziste; ma all’orrore e alla perdita degli affetti sopravvivono le gesta del padre Leo che, filtrate dallo sguardo idealista di un piccolo Pavel, ci regalano una storia avventurosa e rocambolesca che incarna le qualità degli eroi cechi e dell’Ebreo Errante, trasfigurando in un miracolo quotidiano queste imprese fuori dall’ordinario. Quelle che partono come storie di caccia,  di pesca, di vendite porta a porta, di donne e di folle felicità vengono ben presto contaminate dalle persecuzioni antisemite, ma Leo Popper, saldo nel suo animo di sognatore, non si scoraggia, e fa di tutto per aiutare la famiglia, forte della propria astuzia.

Ota Pavel, nella sua vita piena di turbamenti, scrisse La morte dei caprioli belli nel periodo più buio della sua depressione, che lo costrinse ad entrare e uscire per continui ricoveri in numerosi ospedali psichiatrici. Tuttavia, la postfazione del romanzo, ad opera dello scrittore e giornalista Mariusz Szczygieł, riporta una riflessione malinconica e toccante che getta un faro di speranza , con ironia, sulla triste sorte dell’autore: “”Essere capaci di far festa. A qualsiasi evento della vita. Senza aspettarsi che qualcosa di vero debba ancora venire. Perché non è detto che ciò che è vero non stia accadendo in questo preciso istante, e che in futuro non succederà niente di più bello”, ho ricopiato questo pensiero dalla parete con le fotografie, perché è quello che rende meglio lo spirito della letteratura boema. E lì mi era balenato nella mente che solo un prigioniero della depressione poteva scrivere il libro più antidepressivo del mondo”.

 

Diavoleide di Michail Bulgakov

(2012, Voland, trad. Andrea Tarabbia, 97 pp.)

 

Abbiamo letto ed apprezzato tutti il capolavoro che è Il Maestro e Margherita, ma il suo precursore, Diavoleide, nelle cui pagine Bulgakov piantò per la prima volta il seme del diavolo, non gode purtroppo della stessa fama. Questo racconto brevissimo, ripartito in undici capitoli che gli conferiscono la dignità di un romanzo vero e proprio, è un’allucinazione fantozziana ai tempi del realismo -o meglio surrealismo- socialista. Al posto di Ugo Fantozzi, il regno dell’immaginazione di Bulgakov ci presenta il compagno Korotkov, impiegato della Sede Centrale Principale dei Materiali per Fiammiferi (un rimando ai trascorsi reali dell’autore, che negli ultimi giorni del suo impiego come segretario alla LITO venne pagato proprio in fiammiferi), il cui obiettivo è sopravvivere al paradossale meccanismo sovietico senza venirne fagocitato.

Bulgakov, da ucraino di provincia, si ritrova catapultato nel bel mezzo dei cantieri della bieca Mosca sovietica, brulicante di fermento e di progresso, una città in subbuglio che, qualche anno più tardi, verrà definitivamente immortalata e smascherata grazie alle scorribande di Woland. Al centro di questo proteiforme avvicendarsi di inseguimenti, in bilico tra il sogno e la veglia, Bulgakov sceglie di collocare un tipo d’uomo anacronistico, l’uomo superfluo del romanzo ottocentesco, residuato dei tipi oneginiani ormai fuori moda, che viene abbandonato nel sistema sovietico armato solo del proprio bagaglio di inadeguatezze. Ad arricchire la premessa, quadretto divertente già di per sé, ci viene incontro l’elemento demoniaco: doppi, trasformazioni, creature mostruose, diavoli grotteschi e grandi eroi del passato, incastonati in sessanta pagine di pura frenesia.

Nel libriccino dell’edizione Voland è incluso il racconto breve Le avventure di Čičikov, vero e proprio episodio crossover in cui Bulgakov immagina degli impiegati di basso rango, gli improbabili antieroi gogoliani, alle prese con l’ancora più improbabile e paradossale sistema del potere sovietico. A differenza dell’uomo superfluo e dell’homo sovieticus, però, Čičikov riuscirà, con la sua proverbiale abilità di affabulatore, ad aggirare e, in ultimo, persino ingannare il mostro del potere. Un libro assolutamente consigliato a tutti, veterani della letteratura russa e principianti, amanti di Bulgakov e non.

 

 

Avventure sull’isola deserta di Maciej Sieńczyk

(2014, Canicola, trad. Dario Prola, 152 pp.)

 

Fin dalle prime pagine sono rimasto colpito da quelle avventure straordinarie ed esotiche. Chi era il loro autore? Un visionario? Un sognatore che troppo facilmente si lasciava portare dalla fantasia? All’improvviso ho avvertito in fondo all’animo uno stupore e l’indicibile rimpianto per l’attimo in cui, nascosto nel folto del parco, avevo giurato a me stesso che sarei diventato qualcuno. Gli alberi, che con i loro rami offrivano un piacevole riparo, esistono ancora, ma sono scomparse le voci esili degli amici, mentre io tenevo in mano un quaderno che destava i ricordi di antiche promesse. Nel silenzio mi è sembrato di distinguere un pappagallo, il fruscio di un animale nascosto, mentre da tutte le parti giungevano gli aromi dell’isola deserta.

Vi presentiamo ora un graphic novel unico nel suo genere, candidato in Polonia al premio Nike, il più prestigioso premio letterario nazionale. Avventure sull’isola deserta è il terzo romanzo a fumetti di Sieńczyk, già noto in patria come illustratore per l’editoria e fumettista in periodici e riviste. Con echi del Poema a fumetti di Buzzati e l’intramontabile Manoscritto trovato a Saragozza, capolavoro d’avventura ottocentesco nato dalla penna del polacco Jan Potocki, Sieńczyk crea un insieme di storie che fuggono dalla realtà e dalla trama, per rincorrersi e ritrovarsi in flussi confluenti delle coscienze più disparate.

La particolarità della narrazione sta nella decostruzione parziale dei canoni e della grammatica dei fumetti nella forma e nella sostanza, dal rifiuto della griglia tradizionale -e, di conseguenza, della divisione in vignette- alla scelta di unire storie differenti e frammentate in un continuo gioco di scatole cinesi. È ugualmente romanzo e fumetto, per la verbosità della sceneggiatura e per la ripartizione minimalista delle tavole (pagine doppie frequenti e mai più di due vignette a facciata), con una fortissima impronta autoriale grazie alle contaminazioni estetiche della cultura sovietica di massa, di cui Sieńczyk è appassionato e, in un certo senso, anche imbevuto.

Insomma, un graphic novel diverso, onirico, struggente e sfuggente, che racchiude tutta la malinconia nostalgica di chi cerca di scappare dalla vita, ritrovandola però, ancora più autentica, nelle storie degli altri.

 

 

La ragazza dal fiore pervinca di Miroslav Košuta

(2015, Del Vecchio, trad. Tatjana Rojc, 188 pp.)

 

Prima di presentare questo volume, devo ringraziare il gruppo di lettura EstEstEst per avermi fatto conoscere il libro e l’autore, appartenenti alla realtà di frontiera che mi ha cresciuta: Trieste, ultimo baluardo di una Mitteleuropa scomparsa, ventoso relitto affacciato sul mare, scontrosa grazia nelle cui acque si specchiarono giganti come Kafka, Saba e Joyce.

Košuta, come Boris Pahor, è il custode silenzioso della memoria di un’intera città e comunità, di cui racchiude l’anima, dagli aspetti abbaglianti a quelli più degradati, ritagliando sempre un terreno comune tra le sorti del singolo e del vissuto collettivo. Nato nel 1936 e insignito nel 2011 del premio Prešeren, massimo riconoscimento per gli autori di lingua slovena, Košuta si racconta nei versi di questa raccolta, che diventano monumento alla storia di Trieste e della sua comunità slovena.
L’esperienza di Košuta, segnata dall’attivismo politico del padre, fervente antifascista, e dalla sopravvivenza all’italianizzazione forzata, tentativo di eradicare secoli di identità slovena, porta sulle proprie spalle il peso del tempo e l’eredità del Novecento, sublimandole nella poesia, nume tutelare della cultura slovena -che persino Kundera riconoscerà come elemento fondante, se non addirittura essenziale, della letteratura in lingua slovena-. 

Nella prefazione di Tatjana Rojc, scrittrice da sempre legata, come il poeta stesso, a Trieste e alla comunità slovena, vi è una riflessione proprio sull’archetipo comune dei miti nazionali. Citando Byron, Rojc afferma che una nazione impegnata nella lotta per l’indipendenza protegge gelosamente da tutti il proprio patrimonio letterario, ed è proprio per questo motivo che anche in mezzo al tumulto e alla disperazione, Košuta non dimentica l’impegno civile: si aggrappa, saldo, alle proprie radici di triestino, sloveno, essere umano, trasformando la propria storia in quella di tutta la sua città e, in ultimo, tutto il suo popolo.

 

 

Mosca-Petuškì di Venedikt Erofeev

(2014, Quodlibet, trad. Paolo Nori, 207 pp.)

 

Definito anche l’ultimo grande romanzo russo, con tanto di status leggendario di cui gode tra le cerchie ufficialissime degli amici russi dei miei amici russi, questo poema alcolico che corre lungo i binari della linea Gor’kovskoe è la cronaca alterata e quasi fantastica del viaggio di Venička, alter ego dell’autore, che prende il treno da Mosca per far visita alla sua amata e al figlio a Petuški, città dei ricordi d’infanzia che, nei deliri dell’alcol, della nostalgia e della poesia, assurge a luogo magico. Durante un viaggio che -almeno sulla carta- si prospetta tranquillo, Venička si profonde in sproloqui che abbracciano la totalità dell’esistenza, dal turpiloquio ai massimi sistemi. Il turpiloquio fu poi tagliato dall’autore perché, come prevedibile, si fiondavano tutti sulle pagine incriminate.

Scritto nel 1969 e pubblicato inizialmente in samizdat, il circuito letterario clandestino (non vedrà la luce in Unione Sovietica fino al 1989), il romanzo diventò un vero e proprio fenomeno culturale: fu addirittura l’unico, nelle parole di Sergej Dovlatov, ad eguagliare la portata del fenomeno dell’alcolismo. Nella prefazione, Paolo Nori riprende una frase di Evgenij Popov per spiegare, almeno in teoria, la natura di questo successo: “conoscono (Mosca-Petuški) tutti quelli che avevano un rapporto, per quanto minimo, con la letteratura o, nella peggiore delle ipotesi, con la vodka”. Del resto, Erofeev condusse una vita non dissimile a quella di molti altri uomini sovietici: tumultuosa , girovaga e sempre in bilico tra l’alcol e la letteratura. Ma proprio per la sua capacità di restare un uomo semplice, vicino alla sensibilità del popolo, è riuscito a ritagliarsi un posto nei cuori dei russi.

Una piccola nota a margine: Mosca-Petuški viene menzionato in All you need is plov, episodio dedicato alla cultura del cibo (e dell’alcol) della Russia sovietica del fantastico Cemento Podcast di Eleonora e Angelo. Per chiunque volesse approfondire il Nuovo Est in maniera informale e informata, l’ascolto di questo podcast prima, dopo o durante la lettura è praticamente un obbligo morale.

 

 

Auto da fé di Elias Canetti

(1999, Adelphi, trad. Luciano e Bianca Zagari, 548 pp.)

 

Il corpus di Canetti, Nobel per la Letteratura 1981, è il più grande manifesto letterario novecentesco dell’analisi delle masse e della lotta alle ideologie, ma comprende un solo romanzo, per l’appunto Auto da fé (nell’originale tedesco Die Blendung). È bene spendere due parole sulle differenze tra i due titoli, dal momento che il termine più adatto alla traduzione di Blendung è accecamento -in senso lato, inganno, qualcosa di ben lontano, almeno dal punto di vista del significante, dall’atto di fede delle condanne compulsive dell’Inquisizione. Eppure, entrambi i termini implicano l’esistenza di un fanatismo alla base, di una fitta rete di inganni che si ripiegano su se stessi a bruciare, tra fiamme cremisi, sul rogo dell’autoconvincimento ideologico: nelle parole di Claudio Magris, questo romanzo è la grottesca odissea dell’intelligenza che, per paura della vita, si trincera contro di essa, si costruisce una corazza e infine si distrugge perché si è trasformata tutta in una corazza, che schiaccia l’esistenza.

L’uomo dei libri, figura centrale dell’opera, risponde al nome di Peter Kien, è un sinologo e vive recluso tra le pagine dei suoi volumi, rigettando ogni traccia del mondo al di fuori della propria erudizione nel nome di un affannoso inseguimento della conoscenza. Trascorre la propria esistenza nel rifiuto, nell’isolamento e nella maniacale disconnessione dalla realtà, e, spaventato dalla vita, la disconosce con un’ostinazione quasi feroce. I personaggi secondari, il fratello George, il nano Fischerle, l’avido portinaio Pfaff, la meschina governante Therese che Kien finirà per sposare, sono tutti parte del fitto e sordido sottobosco della fauna viennese, vivono l’uno a fianco all’altro senza però riuscire a conoscersi né a capirsi, ingabbiati e accecati come sono nelle proprie morbose ideologie, schiacciati dal peso soffocante di percezioni distorte. Canetti esplora dalla giusta distanza le loro delusioni, i loro deliri, abolendo radicalmente, in un riso amaro, il concetto stravolto di io, ormai disgregato con amarezza e disillusione dalla necessità storica del Novecento.

Canetti stesso, del resto, in un saggio in postfazione al romanzo scrisse che “il mondo non si può più raffigurare come nei romanzi di un tempo, per così dire dal punto di vista di un unico scrittore, il mondo era andato in pezzi, e solo se si aveva il coraggio di mostrarlo nella sua frammentazione era ancora possibile dare ad esso un’immagine veritiera […] al contrario, bisognava escogitare con grandissimo rigore dei personaggi estremi, come quelli di cui in effetti il mondo era fatto, e questi individui bisognava rappresentarli in tutti i loro eccessi, uno accanto all’altro e ognuno separato dall’altro”. Un mondo a pezzi, impossibile da carpire e da rappresentare, se non nella sua deformazione grottesca, come per la Vienna di Kraus ne Gli ultimi giorni dell’umanità. Proprio il concetto di umanità sembra il più utopico di tutti, svanito tra le folgori di quell’apocalisse che ha inghiottito nel caos la possibilità di una realtà unica. E, nello squallore del totale disfacimento, l’unica umanità possibile è, purtroppo, quella di una commedia dei folli.
Tuttavia, scegliere consapevolmente l’ironia non è meno doloroso, per il lettore ma soprattutto per l’autore, particolarmente vulnerabile: per Canetti, “la crudeltà di un uomo che si impone una verità ferisce lui stesso più di chiunque altro, fa male allo scrittore cento volte di più che al lettore.”

È ironico come anche la genesi stessa dell’opera, scritta nel 1935, si ricolleghi in modo così calzante alla sua drammatica conclusione. Durante l’incendio del Palazzo di Giustizia di Vienna, avvenuto nel luglio del 1927 a seguito della proclamazione di innocenza di alcuni assassini coinvolti in una sparatoria, Canetti incappò in un uomo che piangeva tra grida disperate per tutti i fascicoli finiti nel fuoco. Lo scrittore gli rispose: “Meglio i fascicoli che gli uomini”. La storia, purtroppo, andò diversamente, e in questo Auto da fé si rivelò profetico. Ma, nonostante i milioni di uomini e libri andati alle fiamme, l’opera di Canetti dimostra, con un velo di amarezza, che anche i bagliori di un rogo possono gettar luce sulle sorti di un secolo condannato.

 

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